La famiglia, tribù d’amore e di sangue.

Collage e acrilico su legno. (M.C.C.)
La fanciulla era bellissima e, per l’allora cultura e tradizione del mondo contadino dal quale proveniva, a soli quindici anni era già in età da marito. I genitori se ne accorsero subito, e spesero uno sguardo in più verso colei che sbocciava come un fiore. In quel che era quella comunità, quell’insieme di piccoli paesini attaccati alla stessa montagna, quel comunicare tra di loro tramite le radici degli alberi e i pali delle fondamenta, quel solo sfiorarsi…era già copula. E quel liquido rosso che scorre nelle vene diventava acqua dello stesso fiume. Un solo ceppo, una famiglia allargata, nella confusione tra consanguinei, era diventata particolare. E, come: “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse” per l’amore tragico di Lancillotto e Ginevra, al pari, una foto fu fatale per la fanciulla senza nome e l’amore che sbocciò con l’Attila tornato dall’America. Quell’età di sogni astratti, confusi nel tempo della vita reale, parevano incastrati nel calore della novità per loro eterna e nulla insegnava il vissuto tra le persone. Quando poi il male si materializzava, l’esorcista interveniva aggiustandolo, davanti agli occhi ciechi della gente che, sottovalutando la sottomissione femminile e le famiglie patriarcali, gli dava vita, tra livori e bare legnose dimenticate dal contesto familiare. Così i ragazzi, infastiditi sì, ma incoscienti, nei continui racconti della prima infanzia, affrontavano il futuro come fosse per loro diverso e, nel femminile, il principe azzurro si faceva realtà, infilando la scarpetta nel minimo piede. Ora, l’azzurro del cielo diventava luminoso, schiarito da nuvole bianche e vuote per non disturbare. Era il momento delle gioie, del sentirsi adulti e del mescere il seme con l’uovo nell’attesa della primavera per ambedue. Poi, il tempo, attenuava la gioia e, giorno dopo giorno, il reale appariva in tutto il suo splendore…pardon, a volte…ma non nella maggioranza. Infatti la ragazza appariva invischiata nella tela del ragno che copulava all’infinito, nel diritto che l’ignoranza generale permetteva, mentre la dignità femminile rallentando il proprio io, faceva sì che, l’orrore, pian piano si diffondesse, straripando come a formare un lago, un lago di lacrime. Pochi anni e la senza nome, diventata proprietà a tutti gli effetti, legali e non, dell’azzurro Attila, cominciava a giustificare persino i pretesti inventati per accusarla delle peggiori nefandezze. Le punizioni diventarono obblighi. Neppure l’attesa imminente del quinto allattamento fermò il carnefice, che si era, ormai, assunto il diritto e l’onere di punire, e lo faceva nella maniera più atroce: uccidendo un amore da tempo ucciso, dove, solo le emozioni e le speranze della donna senza nome, ci immaginavano ancora una lieve fiammella. Lui la uccise insieme al suo frutto. Evocò l’inferno di Satana che entrò nella famiglia proprio nel momento in cui avrebbe dovuto secernere affetto e non sangue. Il fiore e suo figlio, scomparvero, come non fossero mai nati e non ci fu tomba sulla quale poter genuflettersi, mentre l’Attila americano e fotogenico, riprese la propria vita come se l’”incidente” non fosse mai accaduto. Solo una bimba, frutto di una precedente mescita, li cercò, errando nei luoghi della montagna per tutta la vita, senza attendere un qualsiasi colore azzurro, più o meno intenso: la più grande bugia perpetrata ai danni dell’emozionalità e della vita. Giunta nell’invisibile, ancora erra la bimba nella ricerca assurda di una risposta che affermi il suo calpestio sulle enormi vallate della terra.
“Auguri e figli maschi”, la creatura è colpevole per nascita e la famiglia è un punto interrogativo.
(Maria Cipolla)
