C’è un paese

Pubblicato il 05/02/2018

 

Colori Mussini su tela. (M. C. C.)

 

C’è un paese,

lassù,

ai confini del mondo,

lontano e vicino,

dimenticato.

Mimetizzato tra la flora,

ha bianche case

arrampicate sulla montagna,

le cui radici di cemento,

copulano

con quelle degli alberi

e la cima solletica il cielo

in un gioco infinito.

Ha tetti rossi e vasi di fiori

sui davanzali delle finestre.

Le strade strette,

percorse da muli ascoltano

il silenzio di vecchie,

laboriose e stanche,

il cui volto disegnato dagli anni,

mostra,

nei solchi profondi,

il tempo che traffica i suoi guai.

E mani fredde e scarne si aggirano,

tra fili di lana pungente

a fermare l’inverno,

ad indugiare la morte.

La gente respira aria di terra,

si desta all’alba e,

quando le tenebre abbracciano il paese,

ognuno addormenta le membra

aspettando il mattino.

Immemore del viver moderno,

osserva il mondo dall’alto,

a tu per tu con gli Dei dell’Olimpo.

I suoi piccoli grandi

uomini semplici,

partoriti dalla terra,

attendono,

ad essa di ricongiungersi,

anelando l’atto d’amore che li generò

e nutrendosi nell’attesa

dei suoi frutti e della sua saggezza,

in grande accordo con gli animali.

Fumano i camini scaldando il freddo,

avvolgendo il paese

con odori remoti,

da tempo dimenticati, che

giungono a chi li sa sentire,

all’animo sensibile,

stanco di miti fasulli

al desiderio di autenticità.

I morti vengono accuditi

come fossero persone malate,

nel piccolo cimitero

anch’esso composto da case,

e le foto disegnate sulle lapidi

raccontano storie di genti

dai piccoli e lunghi passaggi:

un piccolo Spoon River.

A tratti il sole l’illumina,

rendendolo visibile al mondo,

ma così velocemente,

da non concedere

il tempo per localizzarlo.

Chiunque griderà di averlo visto

non sarà ascoltato, poiché

è un paese sognato,

dove il tempo si ferma

per un sorriso ritrovato

per un amore dimenticato

o un sogno realizzato.

È il paese di mia madre,

di sua madre,

il grembo che mi dà pace

e mi guarda in faccia.

Lassù potrei vivere

tra l’erba brucata,

tra la legna bruciata

scalza

a cavallo di una burrasca.

Lassù,

dove i raggi del sole impreziosiscono

la mia tela vergine

nell’attesa della prima volta,

ogni volta desiderata.

Lassù, dove la mia esistenza

e l’amore, mi scaldano,

dove il dialogo con il divino

è realtà, certezza,

silenziosa serenità.

Ora, una storia è raccontata

di bene e di male

di gioia e dolore

di odio e amore

di bianco e di nero.

È l’eterno dualismo

scellerato

in cui da sempre

nuota l’umano.

(Maria Celeste Cipolla)