C’è un paese

Colori Mussini su tela. (M. C. C.)
C’è un paese,
lassù,
ai confini del mondo,
lontano e vicino,
dimenticato.
Mimetizzato tra la flora,
ha bianche case
arrampicate sulla montagna,
le cui radici di cemento,
copulano
con quelle degli alberi
e la cima solletica il cielo
in un gioco infinito.
Ha tetti rossi e vasi di fiori
sui davanzali delle finestre.
Le strade strette,
percorse da muli ascoltano
il silenzio di vecchie,
laboriose e stanche,
il cui volto disegnato dagli anni,
mostra,
nei solchi profondi,
il tempo che traffica i suoi guai.
E mani fredde e scarne si aggirano,
tra fili di lana pungente
a fermare l’inverno,
ad indugiare la morte.
La gente respira aria di terra,
si desta all’alba e,
quando le tenebre abbracciano il paese,
ognuno addormenta le membra
aspettando il mattino.
Immemore del viver moderno,
osserva il mondo dall’alto,
a tu per tu con gli Dei dell’Olimpo.
I suoi piccoli grandi
uomini semplici,
partoriti dalla terra,
attendono,
ad essa di ricongiungersi,
anelando l’atto d’amore che li generò
e nutrendosi nell’attesa
dei suoi frutti e della sua saggezza,
in grande accordo con gli animali.
Fumano i camini scaldando il freddo,
avvolgendo il paese
con odori remoti,
da tempo dimenticati, che
giungono a chi li sa sentire,
all’animo sensibile,
stanco di miti fasulli
al desiderio di autenticità.
I morti vengono accuditi
come fossero persone malate,
nel piccolo cimitero
anch’esso composto da case,
e le foto disegnate sulle lapidi
raccontano storie di genti
dai piccoli e lunghi passaggi:
un piccolo Spoon River.
A tratti il sole l’illumina,
rendendolo visibile al mondo,
ma così velocemente,
da non concedere
il tempo per localizzarlo.
Chiunque griderà di averlo visto
non sarà ascoltato, poiché
è un paese sognato,
dove il tempo si ferma
per un sorriso ritrovato
per un amore dimenticato
o un sogno realizzato.
È il paese di mia madre,
di sua madre,
il grembo che mi dà pace
e mi guarda in faccia.
Lassù potrei vivere
tra l’erba brucata,
tra la legna bruciata
scalza
a cavallo di una burrasca.
Lassù,
dove i raggi del sole impreziosiscono
la mia tela vergine
nell’attesa della prima volta,
ogni volta desiderata.
Lassù, dove la mia esistenza
e l’amore, mi scaldano,
dove il dialogo con il divino
è realtà, certezza,
silenziosa serenità.
Ora, una storia è raccontata
di bene e di male
di gioia e dolore
di odio e amore
di bianco e di nero.
È l’eterno dualismo
scellerato
in cui da sempre
nuota l’umano.
(Maria Celeste Cipolla)
