L’albero della vita

Albero, disegno in grafite su carta Canson. (M. C. C.)
Terra uguale Gea.
Gea in superficie
Gea nell’Olimpo, a creare,
affollando questo nostro pianeta
nell’incoscienza del puro istinto vitale.
Procede per i fatti suoi,
con i paraocchi come i cavalli.
Si cura del nulla e nel nulla
programma numerose nascite
da semi sconosciuti,
trasportati dal vento,
o presi dal suo stesso ventre,
per partogenesi.
La ritroviamo metà sotto
e metà sopra la terra.
Nei mari che ci circondano
e tra i cieli che ci respirano.
Il calore del sole,
e le onde dell’acqua
obbedienti e ignare,
si fondono in lei.
Un principe verde, la catturò,
tramite piccole foglioline nate
da infinitesimali spore,
pazienti e lente, subdole,
nel cercarsi un grembo.
E crescono, dove non sai,
tra le crepe di un muro,
tra le rovine architettoniche
e archeologiche, tra i documenti
che conserviamo e studiamo
per provare a comprendere le nostre radici,
tra le pagine della nostra storia.
Le foglioline si sorreggono
con insignificanti rametti, ma,
Gea, corre in loro aiuto e
li allunga verso il cielo,
rafforzandoli anche sotto terra.
Ingoia le loro radici,
cellule gemelle che lacerano,
profondamente il suo ventre,
all’infinito e poi si ricompongono.
Poi, diventano poi alberi.
Alberi maestosi e differenti,
con frutti buonissimi e
meravigliosi fiori che ci
insegnano la bellezza.
Gea compie il suo miracolo
ogni volta, da migliaia di anni.
Dall’inizio del mondo.
Gea, sacro femminino.
Polipo dai numerosi tentacoli,
per altre migliaia di femmine
e per milioni di alberi, ai quali,
trattiene a lungo la vita.
Alberi eterni, che conoscono
le numerose generazioni
di esseri viventi: i figli di Gea.
Se sapessimo ascoltare,
questi figli verdi, ci svelerebbero
dei segreti inconfessabili.
Questo pianeta in movimento,
ci costringe ad evolverci
diventando qualcos’altro.
Ma l’albero della vita continua
il suo compito creando e
ricreandosi di continuo,
muto e cieco,
paziente nel cercare
i segreti dell’universo,
domandando e attendendo
risposte che già conosce
nel suo profondo e nel rispetto
dell’amore per quanto,
complice, il raggio solare,
possono regalarsi e regalarci,
fantasie di frutti e fiori
dai colori impensabili.
(Maria Celeste Cipolla)
