La stanza
Incisione su zinco, dipinta a tempera. (M. C. C.)
Qui, in questa stanza,
tra colori e pennelli,
accanto al cavalletto,
fedele ospite delle mie tele bianche
sulle quali, immagini di volti,
incomprensibili al mondo,
s’imprimono spudoratamente.
Qui, in questa stanza,
tra l’odore acre dei solventi,
giorno dopo giorno materializzo
i numerosi fantasmi,
secondo linee e macchie colorate
tentando di rubare alla notte,
quei sogni, sempre uguali,
di cui, la realtà si beffa.
Qui, in questa stanza,
scevra da schemi tracciati,
assopita è ogni memoria,
distrutto il fascino con cui,
all’inizio, la vita m’imbrogliò,
e nulla d’umano appare più
se non questo corpo, che,
prima d’ogni altra gente,
tradisce l’Io che tutti ricercano,
per il quale la mente dell’uomo
perpetuamente corre
sul binario della follia.
Qui, in questa stanza,
affronto l’invulnerabile dualismo
che cresce dentro di me:
nulla lo scalfisce,
ed è nel nulla e nel tempo
che erro alla ricerca
di colui che ha ritenuto
di affiancarlo ad ogni uomo,
rendendo così difficile quel cammino
che non conduce in nessun posto
se non nel buio profondo dell’inferno.
Qui, in questa stanza,
sconfitta dalla mia stessa presunzione
d’inventare una risposta
ai molteplici interrogativi della mente,
dolorosamente mi accorgo
che il soffitto bianco
non sostituisce il cielo,
e il pavimento di mattoni,
non ha il colore ocra della terra
e le pareti di carta stampata
non spaziano tra gli alberi.
Qui, in questa stanza,
il sole non s’affaccia mai,
e la luce diafana che il vetro
è in grado di catturare
non chiarisce il mistero
che vive in me,
e le mie mani,
continuano a disegnare volti
privi di epidermide,
sporchi di sangue, in cui
visibile,
la massa informa
si rivela ai miei occhi
sfidandomi
nel tentativo continuo,
puntualmente sconfitto,
di esorcizzarla.
(Maria Celeste Cipolla)
