Padre

Olio su tela. (M.C.C.)
Flash vitali arrivano da un molto lontano,
mi rammentano le piccole, grandi storie
che mi crebbero e forgiarono le mie ingenuità
di bambina, fino a moltiplicarle nel futuro.
Sono stampate sulla pelle, ci convivo. Tatuaggi!
Disegni in bianco e nero, raccontano i tracciati
lungo una linea nera, disegnata e seguita
in piccoli tratti di penna con punta tagliente.
Avverto il dolore del continuo tagliuzzare,
senza pausa, a mia insaputa, non potei scegliere,
io non respiravo, ma la penna non si fermava.
Mi marchiarono a fuoco come fanno con gli animali e
l’odore di carne bruciata ancora vige nelle mie narici.
A volte, paleso l’idea buffa di amarti, di recuperarti
dall’invisibile, nel quale sempre ti ho individuato,
ed i tuoi occhi mi respingono nell’indifferenza.
Non preoccuparti e riposa in pace, non abuso e,
non contraddico le tue volontà, ché, nella dipartita,
mai hai espresso, per cui non proverò ad amarti,
neppure postumamente: sarei ben conscia del sopruso.
Mi rimarrà il rimpianto della mancanza del
primo amore di una fanciulla e, mi consola e mi
distrugge, il pensiero del ricordo dell’altro eterno,
breve amore, divorato dalla follia del fiore giovane.
Fotogrammi scorrono nella mente, mentre guardo
un dipinto e vedo le innumerevoli espressioni,
che colsi con pennelli intrisi di colori ad olio.
Cerco la più gentile, che, per distrazione
e fretta di concludere, non ho colto, o tu
hai nascosto nella posa: stanchezza e rabbia
verso il mio desistere. Conoscevo il tuo volto.
Tra le pieghe, ti ho rubato l’anima, te davanti al dono,
non avresti mai potuto vincere, mentre la freddezza
di iceberg e odio, tra l’indifferenza, si consumava
con i veleni che mi hanno cresciuta e, brucia il ritorno
all’invisibile mettendo in dubbio la mia stessa
esistenza tra le mura che ricordo spoglie e deserte.
Ho vissuto di assenze, replicate, poi accettate e,
nel buio della notte, l’angoscia torna in me:
il cuore si ferma, lo stomaco s’irrigidisce nel
ricordo del mio corpo, scudo tra di voi.
Da adulta, la bugia. Che realtà ho vissuto?
Il silenzio materno è una percezione sbiadita?
“Nettare di dei” che ti trasformava, ma sobrio
eri lo stesso, forse meno incazzato, ed
il nettare-cibo-droga-liquido salvante, aiuto,
del vivere, ché anche a te, nessuno insegnò.
Io, specchio anche per la tua metà autistica,
nelle immagini riflesse ove vi guardaste dentro
e vedeste il nulla, perché il nulla vi univa.
Nella tua Roma bella, l’ospedale ti ospitava,
lì raccogliemmo il tuo ultimo respiro e
l’addio alla libertà, te ignaro, nel dialogo
col divino, non comprendesti il regalo
del commiato: la preziosa dignità.
Niente contatto fisico nell’infanzia,
no abbracci, no baci, distanza, disperazione.
Crebbi arida, con comportamenti spaventosi,
le probabili amicizie, mi mollarono subito.
Mi chiedevo: le mie mani somigliano alle loro?
Il mio corpo, si muove come il loro? Ero diversa?
Non sapevo andare in bicicletta, non sapevo nuotare.
Nella mia drammatica solitudine di bambina,
vissi il rifiuto, odore che sa di cadavere,
e, se qualcuno mi accettava, gliene ero
talmente grata, da farmi tappetino.
Vorrei giustificarti, ed amarti un poco, ma
solo per dispetto, ed ho voglia di gridare:
anch’io ho avuto un padre…e una madre.
Le mie radici intraviste nel passato,
mi spingono oltre, mi guardo dentro
e so chiedere e so rispondermi, ora,
onore ai miei allenamenti di ogni giorno
nel silenzio più rumoroso e forse ci andrò,
andrò tra la gente e non sarà un sogno,
andrò al mare con i braccioli, senza vergogna,
in bicicletta con i pantaloni, cosicché cadendo,
nasconderanno i lividori, sorriderò con lo sguardo
in faccia a coloro che mi giudicarono muta,
muta di labbra serrate dalla tristezza,
sorriderò di denti bianchi in occhi altrui,
con labbra socchiuse, eleganti,
che negai negli anni a me, ed alle genti,
forse sono ancora in tempo.
(Maria Celeste Cipolla)
