Tracciato per il discorso di presentazione del libro “Coriandoli”, di Angelo Ronsivalle.

Pubblicato il 17/04/2018

 

Coriandoli, è un libro da cui traspare amore in ogni sua manifestazione.

Paolo e Sara, i protagonisti del romanzo, si propongono per una storia d’amore che li salverà dal precipizio in maniera diversa l’uno dall’altra.

Si scrive perché si ha qualcosa da dire e non perché si vuol dire qualcosa! Angelo, sicuramente ha qualcosa da dire e lo dice in maniera egregia.

La storia raccontata, ci sarà cara, per la bellezza della storia stessa, ma, soprattutto, per il modo di scrivere dell’artista, che si manifesta sia nella poetica che nei sentimenti.

Personalmente, sono riuscita a vedere il paesaggio completo, nella descrizione del mare, delle rocce, del sole, (questo, addirittura, mi ha ricordato un quadro di Munch “l’Estate”, immagine in grado di trasmettermi la percezione del calore della stagione, entrando nella mia vita, solo per il fatto di farmi desiderare un ventilatore), e di quant’altro possa far parte delle isole Lipari: ne ho intuito gli odori.

L’autore, usa una metafora molto affascinante per introdurci nel vivo di ciò che sarà il romanzo, senza noiosi preamboli.

Un paguro bernardo l’eremita (Vikipedia per informazioni), s’installa nella conchiglia del mollusco appena deceduto; anche il protagonista maschile del romanzo, Paolo, lo fa: egli si trova ad occupare la casa di un’altra persona che, nel frattempo, è in ospedale per un tentativo di suicidio.

L’uomo diventa l’eco dell’animale.

Aggirandosi per le stanze dell’appartamento, si rende conto di essere entrato nella vita di qualcuno, a sua insaputa e senza essere stato invitato.  Così, tutto ciò che gli si rivela nell’oscurità di quell’ambiente, dagli oggetti come le bambole e i trucchi, allo stato degradante della casa, gli ricorda il racconto dell’amico in comune Fulvio e ricostruisce, per sommi capi, la vita della ragazza.

Entrando in quella casa, Paolo, sente trasparire tutto il peso del dramma: è pervaso da una tristezza sconosciuta che gli stringe il cuore, per cui rinuncia per il momento, all’intento di rendere decente la casa, di pulirla prima di abitarla.

Si allontana quindi dall’apprtamento situato in via Garibaldi.

Questa via, questa parte della città, com’è raccontato, ospita strani personaggi. Uno di loro si chiama Felice e vive con Noemi, sua compagna nella vita. Lui, inventa sculture, usando come unico materiale il cestello delle lavatrici (una forma di riciclo della spazzatura, molti artisti della corrente della Pop-Art, fanno questo tipo d’arte, secondo i materiali a loro più congeniali); Noemi, pratica l’attività più antica del mondo, “insieme, hanno l’abitudine di far dondolare la spalliera del letto contro il muro, fino a tarda sera”. Gesù il poeta, il cane Rosa e Trombetta, il tossico-dipendente. Qui si vive tra arte e miseria e ci ricorda la Montmatre di Toulouse Lautrec, per citarne uno tra i tantissimi artisti che hanno vissuto o solo praticato quel quartiere di Parigi, tanto affascinante sotto l’aspetto bohémienne dell’inizio del secolo scorso, quanto tragico, per la fattura della maggioranza delle anime degli artisti.

Nel raccontare la propria vita, Felice, suggerisce a Paolo, il ricordo delle canzoni di Fabrizio de Andrè. In particolare io ho pensato a “Via del Campo”.

Essendo il protagonista, un musicista, attraverso la sua sensibilità, possiamo conoscere periodi musicali, ed autori particolari degli anni in cui è vissuto, ad es: “El pueblo…” degli Inti Illimani. Aggiungo io, per onestà, dati i contenuti che erano gli stessi per la battaglia pacifica che conducevano: Violeta Parra e sua figlia Isabel Parra, in quanto penso sia doveroso ricordare.

L’incontro con Raphael Alberti, il poeta, lo fa riflettere sulla politica di quegli anni con Salvator Allende, i cui postulati continuano ad essere affascinanti oltre che attuali, come la ricerca della giustizia e dell’uguaglianza, valori che ancora inseguiamo. Si voleva creare “l’uomo nuovo”, teso a raggiungere il bene collettivo non quello personale. La nipote Isabel Allende, ci ha fatto conoscere con ricchezza di particolari, la storia di quel popolo, e ci ha fatto partecipi del dolore per il suo forzato esilio.

Da Canti cerimoniali di Pablo Neruda:

ESILI

CI SONO ESìLI CHE MORDONO E ALTRI

SONO COME IL FUOCO CHE CONSUMA.

CI SONO DOLORI DELLA PATRIA MORTA

CHE VAN SALENDO DAL BASSO,

DAI PIEDI E DALLE RADICI

E IMPROVVISAMENTE L’UOMO AFFOGA,

NON PIU’ CAMPI DI GRANO,

NON PIU’ SUONO DI CHITARRA,

NON PIU’ ARIA PER QUELLA BOCCA,

NON PIU’ VITA SENZA TERRA

E QUINDI CADE BOCCONI,

NON NELLA TERRA, MA NELLA MORTE.

Vagabondare per le vie della città in una condizione di solitudine, gli è pesante più di quanto immaginava, ciò lo spinge a cercare un nuovo contatto umano. Al suo orizzonte, appare Eva: creatura che possiamo definire diversa dalle altre, sia nell’essenza umana e nel suo vissuto, sia per la sua vita odierna. Questo perché, a differenza dello scrittore ( si sa che l’artista è solito precorrere i tempi), noi lettori, che osserviamo e giudichiamo commentando qualsiasi situazione, forse, non siamo ancora pronti ad accettare completamente una persona come lei, per questo ci inquieta. Eppure Eva, rappresenta l’amore! Lei usa questo sentimento come terapia per i mali della gente, degli uomini in particolare. Dice a Paolo:

“ Un amore non finisce mai, ti cambia la vita. Può andare lontano, ma sai che in una parte del mondo c’è sempre qualcuno che dentro porta qualcosa di te” , ed ancora, sul motivo che la spinse un giorno a cercare la morte come aveva fatto di recente Sara:

“ Potrei dirti che avevo un aquilone, giocavo facendolo volare e hanno tagliato il filo. Dietro qualunque motivo apparente, c’è sempre un aquilone…Ho lavorato per un po’ di tempo nel cinema, facevo la make up artist, la capo truccatrice. Mascherando la vita, ho imparato a smascherarla. Disegnavo su ogni volto i suoi desideri, le sue disperazioni”.

Eva è un personaggio del romanzo molto importante. Risveglia in Paolo il valore dei sentimenti e gli fa comprendere come, nonostante la vita separi le persone consegnando ad ognuno un proprio destino da seguire, le arricchisce di una bellezza derivante dall’amore, di qualsiasi forma esso sia.

Nel raffronto pittorico, nel cui clima è designata questa presentazione, costei, potrebbe benissimo essere stata una modella di Gustav Klimt: uno dei più grandi pittori del ’900, sicuramente il maggior esponente della corrente pittorica chiamata Liberty. Egli, anticipò il pensiero espressionista, che si sviluppò in contemporanea con Egon Schiele, col quale ci fu anche una reciproca influenza, e, nel successivo Oskar Kokoschka. L’assoluta bellezza delle linee naturalistiche, sinuose e le pennellate dai toni accesi che, una pioggia di polvere d’oro impreziosisce, sono in contrapposizione alla drammaticità interna che scaturisce dalle sue opere.

“Klimt, nella propria tematica, ha anticipato la donna moderna da Greta Garbo in poi. Pensiamo ad es. ad opera come: “Le tre età della donna”. “Morte e vita”. “Pesi d’oro”. “Giuditta e Oleferne”.

Eva appunto!

Sia per la bellezza esterna, che per la modernità del personaggio femminile e l’erotismo di cui è pervasa, sia anche per la drammaticità che scaturisce dal suo animo.Paolo si bea della bellezza della ragazza e ne percepisce il dramma intorno, tanto che, attraverso la manifestazione dei pensieri, la ragazza, gli comunica saggezza. Tutto ciò a livello inconscio. Si rende conto di sentire la mancanza di questo particolare sentimento d’amore, anche se non sapeva che esistesse, anche se non avrebbe mai immaginato che qualcosa di sconosciuto potesse avere la capacità di turbarlo, addirittura, di mancargli.

Questo è un concetto spirituale: a quanti di noi è mai venuto in mente di aver bisogno di qualcosa che neppure si conosce? Ma non ha il tempo di sperimentare l’amore che gli viene offerto su di un piatto d’argento: assaggia la succosa pietanza e la donna diventa, nel suo immaginario, l’amore sognato, bramato, desiderato. In effetti, gli rimarrà nel cuore così come lei aveva predetto.

“L’idea della morte purifica, ha la funzione di un giardiniere intento a strappare le erbacce nelle aiuole del suo giardino, un giardino che ama la solitudine e si irrita se curiosi sbirciano da sopra il muro. Allo stesso modo, io nascondo il mio volto dietro l’ombrello e il ventaglio, perché l’idea della morte possa tranquillamente dedicarsi al giardinaggio dentro di me”. (Elisabetta d’Austria detta “Sissy”).

Ho citato questo pezzo perché mi fa pensare a Sara.

Protagonista femminile del romanzo, è una figura piuttosto drammatica, tanto da sembrare, all’inizio della storia, una ragazza con problemi autistici.

In attesa di purificarsi con la morte, che conosce molto bene perché l’ha accompagnata per tutta la durata della sua giovane vita, ella, si nasconde dietro uno strato piuttosto spesso di superficialità, usando in gran quantità dei cosmetici che la cancellano letteralmente dalla realtà e, nel suo giardino interno, coccola questa morte, con una definizione che non conosce ostacoli tanto ne è soggiogata.

La sua storia personale è veramente tragica.

Sara, strappata dalle braccia dei genitori in tenera età, andò a vivere con i nonni in un’altra città, in un altro ambiente. Quando abitava in Argentina, il suo paese, i militari le smembrarono la famiglia gettandone i corpi nel mare, ma la vita sembra continuasse a prenderla di mira. In Italia, dove si era rifugiata insieme ai nonni, questi ultimi ad un certo punto muoiono e lei si trova da sola ad affrontare il mondo senza nessuna protezione affettiva, logicamente le arrivano tanti problemi.

All’inizio è affidata ai centri sociali, poi, una volta che tenta con coraggio di affrontarla questa vita, essa le riserva un’altra serie di lutti. Distrutta nell’anima, la disperazione la coglie in un momento d’abbandono conducendola al gesto estremo del suicidio.

Quando esce dall’ospedale e torna nella sua casa, sembra non accorgersi della presenza di Paolo, e si rinchiude in una stanza dalla quale esce soltanto di notte per camminare avanti e indietro come fosse un animale in gabbia.

Il ragazzo, dapprima esterrefatto da questo comportamento, riesce pian piano ad entrare in punta di piedi e di “tango” (nell’approccio futuro le regala un disco di tango, musica dalla quale, Sara è letteralmente presa), stanandola dalla sua miserabile vita e riconducendola, per gradi, alla realtà, a contatto con la quotidianità.

Tutto questo ha il sapore dell’amore: infatti, s’innamorano quasi senza accorgersene.

Sara, sembra uscita da un quadro di Eduard Munch: ne ritroviamo un pezzetto in ogni suo quadro.

Munch, è un pittore norvegese vissuto a cavallo degli ultimi due secoli. Uno dei maggiori esponenti della cosiddetta arte “Espressionista”. Il pittore scava nell’interiorità umana tirando fuori ciò che, di solito, ci fa paura, e lo dipinge. Ha conosciuto, sin da bambino la parte più brutta della vita (nella sua famiglia si sono susseguite una serie di morti premature dei suoi cari che gli sconvolsero l’animo); egli stesso è sempre malaticcio, anche se morì poco dopo gli ottanta anni.

Un artista, ha bisogno di elaborare i propri lutti e le sue opere secondo ciò che è stata la propria esperienza di vita; soprattutto, secondo come il proprio carattere e la propria sensibilità hanno la capacità di elaborare gli eventi.

Qualcuno mi disse, un giorno: ” chi vuoi che appenda sulle pareti della propria casa un quadro come il “Grido”??

Costoro, non appenderebbero né questo, né molti altri quadri di altri artisti.

A prescindere da questo concetto piuttosto ignorante e insensibile di certe persone, credo che le opere degli artisti debbano vivere nei musei e non nelle collezioni private. Nascono libere e tali dovrebbero rimanere affinché l’umanità tutta abbia la possibilità di goderne.

Anche l’artista sa questo, soprattutto pensa che le proprie opere sono come figli, che, una volta nati non gli appartengono più, diventano creature a se stanti. Questo li avvicina a Dio, se non altro per l’atto della creazione. Munch, nel suo studio a Ekeby, lascia i suoi quadri in balia delle intemperie, al sole, al freddo, sotto la neve in giardino, ci cammina sopra come fossero tappeti sul pavimento del suo studio. Ciò ha dato vita a ciò che credo sia una leggenda: si dice che sottoponeva le sue opere ad una “cura per cavalli”, in modo da rafforzarle. È affascinante conoscere le storie degli artisti. Ma Munch, previene la “leggenda”, lasciando scritto nel proprio testamento, che regalava tutte le sue opere alla città di Oslo, dove, nel 1963 viene aperto il Museo Munch di Oslo.

Dunque, solo Munch, può dipingere Sara prima maniera.

Coriandoli!

L’autore dice:

“ Mi venne in mente la creazione del mondo e immaginai Dio tutto indaffarato a disegnare, a ritagliare figure e a dar loro l’alito vitale. Il cielo, le stelle, le nuvole, la pioggia e i lampi. Poi passò alla terra, alle piante, al mare, ai pesci e a tutte le specie animali. Infine prese le strisce di carta che gli avanzavano e le lanciò come fossero coriandoli. Dalle strisce di carta, di forma diversa l’una dall’altra, nacque l’uomo. Unico e irripetibile”.

Coriandoli, come le tele astratte di Mirò, oppure quelle informali piene di poesia di Mario Coppola, ancora quelle musicali di Kandinskij.

Nel ricordo degli amori trascorsi, Paolo, così definisce il concetto della fine:

“La neve si sporcò e l’eternità si fece corrompere dalle stagioni”.

Descrivendoci il termine di un amore, fa incontrare una serie di lettere che mischia tra di loro come fossero, appunto, coriandoli, affinché, il risultato ottenuto, sia una poetica alchimia di parole. Ricorre in ogni pagina del libro. Ne cito alcuni brani perché nulla può relazionare il libro, se non quest’ultimo.

Ne sono convinta.

Ebbi la conferma quando lessi la biografia della Nina Berberova “il corsivo è mio”, in cui la scrittrice racconta, di come a San Pietroburgo, nascevano circoli culturali, di nascosto dalle autorità, che riunivano scrittori, i quali comunicavano tra loro attraverso la lettura di passi dei propri libri.

Lo scrittore, scandisce vari temi con amore e intensità di sentimenti, non dimenticando nulla, neppure gli animali: quando parla di Rosa, denuda la sua spiritualità, e ci fa partecipi del bisogno impellente di portare con sé un Dio anche se non crede del tutto alla sua esistenza.

“È l’uomo ad aver inventato Dio, non viceversa!”.

Nella vacanza alle isole Lipari, Sara racconta la sua vita.

Un racconto struggente, cui Paolo, contrappone una ribellione silenziosa, interna e politica. Da quest’ultima, non può prescindere visto l’argomento trattato:

“Mi chiesi dove fossimo noi a quel tempo. Dov’era la gente, le istituzioni, la Chiesa che nella persona del futuro cardinale Pio Laghi, amico personale della famiglia Bush, giocava a tennis con l’ammiraglio Massera! Dov’erano le cosiddette democrazie occidentali, le associazioni per i diritti umani…mentre avveniva tutto ciò, si disputarono anche i mondiali di calcio. Era il 1978. L’anno dell’infamia!…solo pochi metri più in là, sotto il loro naso, venivano torturate e fatte sparire delle persone…dov’era il cosiddetto mondo libero…possibile che non si sapesse nulla?…Oppure fu un classico esempio di quel diniego di massa che aveva permesso…quarant’anni prima lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti e nello stesso periodo degli orrori argentini,…la strage di Sabra e Chatila in cui migliaia di uomini, donne e bambini palestinesi, vennero massacrati dai falangisti sotto l’occhio…dell’allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon”.

Il romanzo si consolida nella vacanza delle isole Lipari, dove i protagonisti, si raccontano, si conoscono e si amano. E dove, l’autore, ci fa conoscere altri personaggi affascinanti, tra cui Pino e Laura, Felicino il pirata e la sua storia d’amore con Lucia, che resiste alla lontananza, ed alla crescita verso direzioni diverse dei loro due meravigliosi animi.

Pino e Laura, vivono a Ginostra con la loro figlia Lucia. In questo posto, a contatto con il mare, hanno trovato la loro dimensione di vita umana: il mare, fa loro anche dei regali, che, Pino impreziosisce trasformandoli in sculture per abbellire la loro casa.

Queste, sono immagini molto forti e suggestive!

Felicito e Lucia affrontano, vivendole soli o insieme ciò che la vita decide di riservargli, e non è sempre bello.

Lui conosce un altro tipo di amore e lo vive fino all’estrema separazione, mentre Lucia, con stoica abnegazione, recupera e trasforma il rapporto con suo marito in qualcosa di veramente gioioso e con tanta voglia di vivere, nonostante tutto.

Cantava il suo amore per l’amore, Felicino:

“L’amore è come il bianco, contiene tutti i colori ma solo pochi lo sanno”.

Uno dei personaggi più belli che abbia incontrato nelle mie letture, è Mimì.

È un personaggio da assaporare tra le righe che la raccontano come si assapora un frutto proibito.

Non a caso, l’autore, ci guida mentre percorriamo una strada molto più ripida attraverso la bellissima Alicudi: l’isola delle capre.

“È un’isola selvaggia che per farsi ammirare ti costringe a lunghe scarpinate che spesso possono diventare delle vere e proprie arrampicate…i suoi sentieri, spesso scalini, impongono continui cambi di ritmo che spezzano le gambe di chi non è allenato”.

Questo per conoscere Mimì, che decise di stabilirsi nell’isola, appena andò in pensione. Il suo lavoro era stato quello di correttrice di bozze.

Aveva pensato a tutti quei libri corretti durante la sua vita lavorativa, ed a quante parole inutili aveva lasciato che vivessero attraverso quelle pagine, così decise che fosse arrivato il momento di rimediare.

Nella meravigliosa solitudine della nuova abitazione, ed in un posto tanto bello, attuò il suo piano di correggere ciò che era stata la propria debolezza nei confronti di quelle parole, così, nella parte della sua casa dove il sole sorgeva ad est, visto, che le serviva più luce, c’erano i libri da emendare, e nell’altra libreria ad ovest, quelli più emendati.

“So che pensate che sono matta e a volte me lo dico anch’io, ma vedete, emendare un libro è più difficile che scriverlo, ci vuole molta saggezza, esperienza e non bisogna avere fretta. Bisogna andare al cuore delle cose, scavare fino a che non si arrivi all’essenza. Avete mai pensato ad esempio ai suoni del silenzio?…Se chiudete gli occhi e imparate ad ascoltarlo, dapprincipio comincerete a sentire quelli in primo piano, poi lentamente scenderete sempre più giù nel vostro grado di coscienza fino a distinguere i suoni che ad un primo ascolto non esistevano neanche…ci concentrammo… sentimmo il vento, il mare, la polvere spostata dal vento, il nostro respiro, il battito del nostro cuore, l’eco dei passi che ci avevano portati fin lassù e più ci concentravamo e più suoni percepivamo, fino a giungere ad un unico grande suono che tutti li comprendeva: il silenzio”.

Il silenzio è come il colore bianco di Felicino, è l’amore.

Ma chi è Mimì nel campo artistico?

Avete presente Mario Sironi? Mimi la paragono alla “Figura in grigio” del 1933/34, ma potrebbe anche essere una delle sue ultime opere astratte, potrebbe essere tutto il percorso artistico del pittore, dato che un bisogno estremo di solidità, contraddistingue tutta la sua produzione.

Un albero, ed una figura dipinti nello stesso spazio, hanno lo stesso valore e la stessa vitalità. I toni sono cupi e duri, ma c’è sempre una sorgente di luce. Pietra, materia tonale abbondante tanto da diventare, essa stessa, spazio sul quale fare arte. Colonne greche e romane sono i guardiani dello scibile, come Mimì.

In tutto il libro, l’autore, manifesta una femminilità che transita anche nell’universo maschile.

“La sua mano appoggiata sulla mia gamba, mi faceva sentire amato…Tra noi cresceva spontaneamente…quell’intimità che…solo in rari casi attecchisce…essa germoglia per una serie di alchimie e di circostanze spesso irripetibili…il cui risultato d’insieme è quanto di più misterioso ci possa essere. Il suo modo allegro e vivace di richiamare la mia attenzione per indicarmi scorci suggestivi e la semplicità e spontaneità nel condividere quanto ci si presentasse intorno, mi faceva sentire a mio agio, mi regalavano quella serenità a lungo cercata. Non devo inventarmi nulla per stupirla o per interessarla a me: bastava che fossi me stesso”.

Certo, non pretendiamo che abbia letto “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, o che ci parli dell’”eterno femminino”, sarebbe troppo, ma il suo animo sensibile, apprezza ciò che è importante per una donna, per questo ci è caro.

Sesso! Nel romanzo ne è contemplato parecchio. L’autore lo serve sotto qualsiasi forma, ma è normale negli artisti sconfinare in questa maniera.

Guardando indietro nel tempo ad opera immortali, notiamo come, l’erotismo abbia accompagnato gli artisti sempre nel loro percorso, consciamente o inconsciamente…fa parte dell’umanità intera.

Il signor Ingres, a 82 anni, moralista e paladino delle tradizioni e dell’ordine costituito, scivolò nella direzione che aveva sempre pencolato, creando il “Bagno turco”, uno dei capolavori dell’erotismo.

In “ Mon coer mis a nu”, Baudelaire racconta:

“Quegli borghesi imbecilli che si riempiono continuamente la bocca di parole “immorale, immoralità, moralità nell’arte e di analoghe banalità, mi fanno venire in mente Louise Villedieu, una puttana da cinque franchi, che un giorno era venuta con me al Louvre, dove non era mai stata, e che, davanti a quadri immortali, arrossiva, si copriva il viso e mi tirava ripetutamente per la manica, chiedendomi come si potessero esporre pubblicamente simili sconcezze”.

Gli artisti sono sempre riusciti a dribblare in un modo o nell’altro la censura della Chiesa e dei benpensanti, opponendo all’ipocrisia mille pretesti che erano poi i cavalli di troia delle loro intime ossessioni.

Ci sono mille occasioni per dipingere nudità.

Pensiamo ai temi come: Adamo ed Eva nel paradiso terrestre o il Cristo nudo sulla croce. I giudizi universali e le danze macabre si trasformano spesso in baccanali, etero e omosessuali a seconda che siano Botticelli, Bosch o Michelangelo a dipingerli.

L’”Olimpia” di Manet, è la prima donna veramente “nuda“ la prima femmina raffigurata senza ricorrere a nessun pretesto o giustificazione. La figura appariva reale quanto la modella che si era spogliata per posare.

Il cammino dell’arte occidentale è segnato da una lunga lotta per liberarsi dai precetti religiosi, che condannano la carnalità, la negano, l’annientano, offrendo in cambio la favola della sopravvivenza post mortem, a condizione che la vita terrena sia consacrata al sacrificio e alla rinuncia.

Il Cristianesimo, si propone come nemico radicale della gioia di vivere. Il desiderio sessuale diventa peccato, concupiscenza, cozzando sul fatto che, se c’è un Dio, il loro Dio che ci ha concepito così come siamo, in noi ci ha messo anche delle pulsioni sessuali che non si manifestano soltanto quando si deve procreare, ma si sentono a tratti, anche quando non si è in coppia e non si può seminare. Pulsioni che fanno male al corpo se non vengono esaudite. Allora, se Dio ci ha creati così, perché andargli contro?

Conscia o inconscia la reazione degli artisti è consentita nell’accogliere e poi dribblare questa contraddizione tipica del Cristianesimo, che costringe l’uomo occidentale a convivere fra l’ammirazione per la creazione – corpi nudi compresi – usciti anch’essi dalle mani di Dio e la vergogna che si prova nel mostrarli o rappresentarli con tutti i loro organi al completo.

Nell’immaginario dell’uomo primitivo, c’era la moderazione dei corpi nudi con le dita: sperimentazione universale, irresistibile e feconda pulsazione sessuale, che guida ogni azione dell’uomo.

Per l’uomo delle caverne, la donna era una femmina dalle mammelle ipertrofiche, col ventre pieno di cibo e di figli, con le natiche come montagne e col triangolo pubico spaccato come l’ingresso di una grotta.

Quarantamila ani di assoluta libertà, che la civiltà giudaico-cristiana ben presto schiavizzerà e incatenerà due millenni.

Goya, con la sua “Maja”, sia vestita che nuda, attua il primo strip-tease nella storia della pittura: i quadri sono identici sia nelle dimensioni che nella posizione del corpo, solo l’abito fa la differenza.

Anche Modigliani, come tutti gli altri artisti, aveva dato scandalo con le sue donne nude

Andrè Salmon, così racconta una seduta di posa:

“Modigliani, seduto su uno sgabellaccio sfondato, guardava Gilberte che si spogliava, Gilberte che candidamente se ne infischiava del classico paravento degli atelier ben attrezzati…Gilberte si toglieva il vestito da quattro soldi…Gilberte cominciava a slacciarsi il busto e Modigliani, chiudendo un istante gli occhi, mormorò: Seurat…Gilberte era in camicia, e prima di togliersela fece qualche passo nell’atelier: e Modigliani la fissò come se in tunica lunga la ragazza di Montmartre incedesse in un su un tappeto di fiori primaverili. Mormorò: Botticelli. Quando poi Gilberte si tirò su la camicia fino alle spalle e alla punta dello chignon, tenendo le fresche braccia di ragazzina malnutrita tese in alto, il pittore esclamò: Fragonard! Infine Gilberte nuda, affondata nell’unica poltrona dell’atelier, cominciò a togliersi lentamente, pacatamente, con mille precauzioni le calze nere. E fu allora che salì alle labbra di Modigliani il nome di Bonnard”.

Quando si presenta completamente nuda davanti al pittore, è un Modigliani.

“Les demoiselles d’Avignon”, s’intitolava il “bordello di Avignone”.

Per Paolo il sesso potrebbe essere una qualsiasi parte del corpo, una mano, un piede, un organo interno. Lo coccola e soddisfa ogni sua pulsione come fa quando deve far tacere i brontolii dello stomaco.

Spiega Picasso:

“Nelle demoiselles d’Avignon, ho dipinto un naso di profilo in un viso frontalmente, e bisognava pure metterlo di fianco per chiamarlo naso! È proprio come ai saldi di fine stagione: volete due seni? Bene! Ecco qui due seni! Ciò che veramente occorre è che chi guarda il quadro abbia sottomano tutte le cose di cui ha bisogno; e allora le metterà lui stesso al loro posto, con i propri occhi”.

Sara, ultima maniera, è la serenità in persona: colei che ha attraversato il “buco nero” uscendone indenne come un miracolo che solo l’amore può fare. La paragonerei a un quadro di Cézanne, consapevole e concettuale.

Come sappiamo, un libro in genere, è una Sharazade sempre presente che raccontando le sue storie ci salva, se non dalla vera e propria morte cerebrale, sicuro dall’atrofizzazione dei muscoli del cervello, consentendoci una vita mai piatta e ricca di stimoli.

“Ogni libro è doppio, nel senso che, sempre, ci dice qualcosa di più attraverso la scrittura, come un quadro ci parla secondo i colori e le pennellate”.

Creare è avvicinarsi a Dio, e l’artista lo sa.

“Un abat-jour accanto al divano spandeva la sua luce…per tutta la stanza. La mia attenzione fu catturata dalle ombre che essa proiettava sulle pareti e che, come in un gioco di simmetrie cosmiche, mi rimandarono in quel preciso istante alle pagine del mio libro. Mi fu chiaro allora che l’amore…era luce, soltanto luce. Ma non vede la luce chi non scorge l’ombra…ed è di essa che io avevo scritto: della fatica di essere ombra e delle falene che, attratte dalla luce, rischiano per la maggior parte delle volte di bruciarsi le ali per aver volato troppo vicine ad una lampadina”.

Ritroviamo lo studio della luce anche nella scrittura oltre che nella pittura e nelle arti. Questo ci dimostra come, ogni artista, sia legato all’altro, concatenato, permeato, nell’osmosi universale.

(Maria Celeste Cipolla)