Tra Scilla e Cariddi

Pubblicato il 20/03/2018

Foto. (M. C. C.)

Sognai di passeggiare

sui tetti di notte,

casa dopo casa lasciai,

i tetti innevati,

nel periodo invernale.

I tetti dove i gatti,

la fanno da padroni.

Infatti mi guardarono curiosi.

Con quegli occhi all’insù,

a mandorla, gialli, gialli, o

verdi, verdi, celesti, celesti, uno

li aveva diversi, mi scrutavano,

meravigliati dell’umano lassù.

Io, a piedi nudi camminavo,

era piacevole, l’immersione,

in quel bianco gelido e soffice.

Il messaggio venuto dal buio,

diventò bianco e luminoso.

Un poco di siena apparve dai tetti,

laddove la neve era stata pestata,

ma non inquietava né i piedi, né l’occhio.

Dal nord Italia e dal sogno, partivo,

attraversando ogni regione,

del lungo paese. Andavo, andavo,

felice sulla neve, verso il mare.

Così camminando, ad ogni passo,

il paesaggio cambiava,

e sotto i miei piedi seguitava

il gelo, seguitava il piacere,

per l’affondo morbido e per i gatti

che aspettavano la restituzione.

La temperatura intanto, scherzava,

pian piano, sotto quel cielo intenso.

E la neve cominciava a sciogliersi,

col calore che si alzava ma non spaventava.

Lasciai la casa dei gatti, che sorrisero,

mentre io ancora e ancora camminando,

scendevo giù, a riva, tra la sabbia.

Lungo il mare mi avviavo, con le onde,

che, capricciose, giocavano,

innaffiandomi i piedi, mentre il sole,

alto, scaldava, ancora piacevole, ma.

Più si scendeva nel paese,

più giù iniziava a scottare.

Il respiro sempre più affannoso,

invidiavo la casa dei gatti,

con la sua soffice, bianca neve.

Infine arrivai, giù, allo stretto,

là dove il paese s’interrompeva,

là dove l’alterco era nato, tra

la terra, ed una fetta di mare,

tanto tempo fa e

ancora non si placavano.

Tra Scilla e Cariddi mi ritrovai.

stanca, mi sedetti, godendomi

il posto di magnificenza irreale.

Viaggiai in solitudine lungo il mare

e sola seduta sulla sabbia,

quando mi si ordinò di

andare. Nessuno vedevo, ma,

 tra le due terre c’era un tunnel,

un passaggio per me che non

sapevo nuotare, pensavo.

Ma, ad andare, proprio non volevo,

perché già dal caldo bruciavo

e il sole bastonavami. Tremai.

In fondo, sull’altra terra, la luce

impazziva, mai l’avevo vista così accesa.

Credevo di cadere nel mare,

pensavo di morire là sopra,

per paura di non respirare, intanto,

l’invisibilità, premeva, ed ebbi paura.

Imprecai: ma dove mi sono cacciata?

Una spinta mi colpì, che non so spiegare,

data la solitudine del luogo, e fui costretta,

ad attraversare quel tunnel.

Fu un attimo! Neppure mi resi conto,

del sopruso provato: il mare, il tunnel,

luce e calore dall’altra parte.

Arrivai a bocca aperta cercando ossigeno,

ma non servì, talmente grande fu

la beatitudine che provai,

meravigliosa, rimasi incantata.

Godei di tutto questo e mi calmai

e della strada all’indietro non

ne volli sapere, ma questo era

semplicemente un assaggio.

Lì volevo stare, lì avevo deciso

di finire la mia vita,

ma mi svegliai.

 

(Maria Celeste Cipolla)