Timore

Foto mia

Foto M.C.C.
Erano gli anni “60 del secolo scorso. Il pianeta, manteneva ancora i suoi canoni meteorologici nonostante la temperatura aumentasse, ma, in modo graduale, affinché l’umanità si potesse abituare senza eccessive sofferenze e senza quasi accorgersene. Solo gli studiosi del clima, e altri scienziati, potevano rendersi conto del cambiamento e dell’evoluzione planetaria. Il “900, è stato un secolo di “preparazione”, fomentato da numerosi tentativi per migliorare la società. In tutto il mondo, i giovani, manifestavano e lottavano contro i governi discriminanti verso la gente: avevano dimenticato di estendere diritti e doveri a tutti gli esseri viventi, non importava il sesso né il colore della pelle e neppure la fede religiosa e le tendenze sessuali. Le culture di ogni popolo, provarono a legarsi tra di loro per un arricchimento intellettuale, ma pochi raccolsero l’insegnamento. Le motivazioni sono enormi. Ancora oggi, la cultura in toto, appartiene ad una élite.
Dopo il “2.000, la tecnologia ha aperto il mondo alla gente. Ora, si riesce a viaggiare in tutto il pianeta, ed a socializzare con persone sconosciute anche dalla propria casa e questo non è sempre bene o male, bisogna stare più che attenti.
Gli inverni molto freddi e le estati molto calde, la gente aveva imparato il tormentone delle due stagioni anziché quattro. si passava dal cappotto ad un abbigliamento leggero. Ed è in questo periodo che Lucia visse. Si svegliava la mattina molto presto, alle prime luci dell’alba e, nel tempo prima di andare a scuola, le piaceva leggere sprofondata nel suo letto tra le coperte.
Ma torniamo al “900, a Lucia, ed a quella sera in cui si è sentita più stanca del solito, nonostante le sue giornate si susseguissero l’una come fotocopia dell’altra. Stanca e inquieta, dunque, al primo calar del sole, entra nella sua stanza per coricarsi. La mamma non commenta, abituata agli umori della figlia.
Era solita addormentarsi immediatamente. Il solo pensiero di coricarsi nel suo letto, poggiare la testa sul cuscino e avvolgersi tra lenzuola profumate di bucato, la rendevano felice. In questa particolare serata però, una sorta di inquietudine la tormentava ma non ne conosceva il motivo dato che la giornata era stata una fotocopia delle altre. Aspettava, ansiosa, l’oscurità del pomeriggio. Così, si corica velocemente sotto le coperte alla ricerca di un pò di calore e tranquillità. Trova le lenzuola inumidite dal gelo perché, in quella casa, non ci sono riscaldamenti, ed è così ogni sera. Trema. Il freddo le sta camminando sulle ossa. Non trova il sollievo desiderato. Allora, assume la sua posa fetale, come consuetudine e, arrotolata su se stessa, comincia a trarre calore dallo sfregamento delle mani sulla sua pelle. Comincia dalle braccia per scivolare tra le cosce, si massaggia così forte gemendo dal dolore, ma poi comincia a stare meglio, le lenzuola pian piano si asciugano e lei si riscalda. “L’energia del mio corpo che tutto può”! Esclama a voce alta mentre il calore sale arrossendole il viso e le palpebre cominciano a chiudersi per trascinarla nel mondo dei sogni. È ancora nella fase del dormiveglia, quando sente uno scricchiolio. La porta della sua camera si apre piano per far entrare una bianca figura che prosegue, a passo leggero per non dar fastidio, nel buio della stanza avvicinandosi al letto. Lucia, si trova in quella posizione in cui il corpo non ha facoltà di muoversi del tutto. Lo sente addormentato: non può fuggire. Allora, si difende dalla paura, diventando rigida. Intanto, lentamente, ciò che percepisce come figura umana si avvicina fermandosi proprio accanto al letto. Si avvicina al suo guanciale e si china sopra la sua testa . La scena le appare inquietante, soprattutto perché non è in grado di reagire e si morde le labbra per il terrore. Il fantasma ormai vicino, la guarda, poi si china sul suo volto sussurrandole qualcosa all’orecchio con voce rauca, i loro capelli si sfiorano al contatto e la bacio sulla fronte. La ragazza, è sempre più terrorizzata, allora il sonno, mosso a pietà, interviene trasportandola tra le tenebre.
Era una sera d’inverno particolarmente fredda.
Roma, seconda metà del secolo scorso. Una delle numerose leggende espresse dagli abitanti delle zone limitrofe, racconta di un quartiere dalla cattiva nomea, in quanto, alcuni palazzi, a mo di protezione, accerchiano cortili dai numerosi, macabri segreti sotto la loro terra camuffata da un tappeto di foglie in autunno, o da fiocchi di neve nell’inverno e fiori nelle altre stagioni. In quei cortili si entra solo dopo aver varcato un pesante cancello di ferro, dai cardini cigolanti, ma nessuno, che non appartenga a quel luogo si azzarderebbe mai a varcarlo. Secondo la leggenda, in questi cortili, si verificano strani fenomeni notturni, che oscurano anche la Luna per non avere testimoni.
La stanza di Lucia, è situata proprio all’interno di una casa, in uno di quei palazzi. Figlia unica di genitori contadini appena trasferitisi, è una bambina di circa dodici anni. Lei adora giocare nel cortile insieme ai suoi coetanei, ne è felice e si sente al sicuro: “ che fantastico giorno” pensa, ogni volta che giornate assolate le permettono di vivere in quel posto che considera tanto speciale. Ma la sera, il cortile viene avvolto dal manto nero della notte e la bambina lascia tutto per correre subito a casa. Una paura atavica del buio la perseguita: sua madre le ripete spesso che il buio non è nulla, che è solo una mancanza di luce, ma lei non l’ascolta, la sua mente è colma di ombre scure che, a volte, si materializzano tramite strani eventi, come oggetti che si muovono improvvisamente, sospiri, sussulti, ed altro che non riesce a spiegarsi. Nella luce del giorno però, ogni cosa torna al proprio posto e nulla la turba. È di nuovo sera e la figura bianca è tornata. Lucia non vede l’ora che se ne vada, come le altre notti, ma questa volta è diverso. Lucia, ode forti rumori. Tuoni distanziati da una manciata di secondi che le fanno pensare al solito temporale. Seduta sul letto, non vede alcuna luce ad intermittenza nel buio della sua stanza, come dovrebbe esserci quando il tuono viene annunciato dal lampo. Si alza in fretta cercando le ciabatte: confonde la destra con la sinistra e finisce per camminare scalza. Apre in tutta fretta la finestra, accantona i vetri all’interno, ma quando separa le persiane, queste le sfuggono di mano battendo contro la facciata del palazzo. Vano diviene il tentativo di trattenerle. Sembra che qualcuno le voglia appiccicate all’intonaco temendo che si richiudano. L’impulso di tornare sotto le coperte è molto forte eppure, eccola lì, spettatrice di avvenimenti innaturali, testimone di lugubri stranezze.
Davanti ai suoi occhi, con il cortile ancora al buio, non riesce a vedere da dove spuntino quelle figure appena abbozzate che le paiono dei teschi. Non umani, piuttosto ossa di animali, ma non ne distingue le fattezze.Tutto è inaspettato, ed il sonno si è ormai congedato. Le mani, cercano di richiudere le persiane, ma le forze l’hanno abbandonata. Non può sfuggire all’orrore. Vede la terra del cortile aprirsi come può fare solo un terremoto, ed il vento, tirar fuori numerose ossa abitanti sotterranee di quei cortili. Il macabro gioco inizia, Lucia segue i teschi mentre vengono lanciati letteralmente contro le facciate dei palazzi, e si accorge di qualcosa di ancora più strano: tutte le finestre degli altri palazzi sono chiuse. “Assurdo, possibile non abbiano sentito nulla? Eppure i rumori sono fortissimi”! Non se lo spiega e accantona questo pensiero perché, attratta dal vento, che, come avesse instaurato un linguaggio segreto tra loro due, la costringe a guardare il cortile. Abituata la vista a quel buio, nota, al centro sopra le foglie, un grosso braciere dal quale fuoriescono delle piccole fiammelle, delle scintille, ed intorno, giacciono sedute un numero imprecisato di donne anziane con la testa coperta da un fazzoletto alla maniera contadina. Il loro vociare le arriva, dapprima leggero, ma poi, riesce a sentire abbastanza bene le parole. Costoro, mentre cercano di riscaldarsi, raccontano storie di assassini, lupi mannari e licantropi che ululano nelle notti di luna piena. Lucia, trattiene la paura sperando che quell’incubo si concluda presto e quelle povere ossa, danzando al ritmo vertiginoso che le muove, riescano a tornare nelle loro dimore. Invece il vento, non ancora soddisfatto, le fa urtare tra di loro polverizzandole. Una polvere leggera si sprigiona nell’aria creando una fitta nebbia. L’aria è irrespirabile, Lucia si copre la bocca e il naso con la mano. Anche gli alberi cercano di proteggersi da quell’orrore. Accavallano le radici tra di loro cercando di farle penetrare ancora di più in quella terra ormai smossa, i tronchi si piegano e i piccoli rami si muovono similmente ai teschi secondo il comando ventoso, autore dell’inimmaginabile. Le vecchie ancora ciarlano tra di loro incuranti o abituate agli incubi e Lucia, che non si era persa una sola parola di quei racconti, contando anche sui suoi occhi che si posavano di bocca in bocca, sulle labbra di costoro per carpirne meglio le parole, trema dalla paura. Ombre nere sugli intonaci, si esibiscono ancora in una danza cinese. Per la prima volta, Lucia, mette in dubbio la fiducia che aveva nell’unico posto che la faceva sentir bene e, alzandosi sulle punte dei piedi per guardare meglio, comprende che non riuscirà mai a combattere quell’orrore, cosicché, la sua mente raccoglie tutta la forza che le serve per muovere le mani ancora poggiate sulle maniglie delle persiane e, gridando – oooh – riesce a riportarle verso sé e richiuderle. Spaventata, corre ad infilarsi di nuovo sotto le coperte del suo letto alla ricerca di calore e tranquillità. Nel frattempo, la figura bianca si china su di lei baciandola dolcemente sulla fronte e poi esce dal buio della sua stanza per recarsi in cucina, dove ci sono ancora i piatti da lavare.
Maria Cipolla
(I racconti dell’alfabeto)
