Bugia

Pubblicato il 03/02/2019

 

 

 

parto

 

 

 

Cara Selene,

finalmente riesco a scriverti.

Carlo ha voluto accompagnarmi al lago per una gita. Ha insistito tanto ieri sera che sembrava fosse tornato a corteggiarmi, ed io a far finta di crederci. Parole sdolcinate, come nei primi tempi. Ora tutto ciò mi dà i conati. Rammenti come lo conobbi? Eravamo andate a far baldoria. Io e te, stanche di stare in casa a studiare, decidemmo per una serata diversa. Scegliemmo un locale molto affollato, ed entrammo. C’era di tutto: persone, che, barcollavano e si urtavano. La musica al massimo volume diventava rumore. Bicchieri colmi d’alcool andavano e venivano da ogni parte del locale, sorretti da mani senza corpo, che si ergevano oltre le teste della gente per non farli cadere. Le parole si fermavano, incastrate dal fumo delle sigarette, sul soffitto senza via di scampo. Si rideva e ci si divertiva senza pensieri. Era quello che volevamo anche noi: mettere in pausa il cervello. Ci perdemmo di vista. Io mi sedetti al bar per aspettarti e non rischiare di ritrovarmi incastrata tra la folla, stile apnea, ed ordinai un bicchiere pieno di qualsiasi cosa somigliasse a dell’alcool, tanto per darmi un contegno e scacciare il disagio che provavo. Non ero abituata a queste frequentazioni.  Tra la marea umana, spuntò un ragazzo. Era Carlo. Bellissimo! Ma io ero meglio, infatti non mi toglieva gli occhi di dosso. Cercavo di ignorare i suoi sguardi e gli impedii di sedersi accanto a me. Aspetto un’amica, gli dissi e quello si accomodò su una sedia più in là, attento a non perdermi di vista. 

Tu chissà dove ti eri cacciata, là in giro, a chiacchierare e bere. Carlo si presentò e mi offrì del vino bianco con le bollicine. Un classico! Accettai, ma, un momento dopo, l’alcool annullò le barriere mentali alle quali attingevo quando mi sentivo in difficoltà. Non mi accorsi che il mio bicchiere era sempre pieno mentre il suo sempre vuoto. Ero euforica e felice in altro un mondo. Lui si avvicinò parecchio, occupando la tua sedia. Bisbigliò nel mio orecchio parole dolcissime. Proprio quelle che le ragazze vogliono sentirsi dire, ed io non facevo eccezione. Ridevo, ridevo tanto. Avevo trovato il mio principe azzurro. Non era quello che aspettavamo? Almeno io, un principe. Stemmo tutta la serata a parlare e ridere. Mi faceva sentire importante. Era il primo tranello, segnale che non percepii. Poi arrivasti tu, a fine serata e, senza presentazioni, ti adoperasti per portarmi via da lì il prima possibile, ma ormai era troppo tardi…eravamo già innamorati. Il mondo pareva colorato di rosa. Ero la sua musa, il suo tutto…e mi piaceva. Ignara, accettai ogni cosa provenisse da quest’uomo. Tempo un anno circa e i nostri comportamenti cominciarono a cambiare. Scemarono i miei sentimenti e piovvero i primi schiaffi, poi i calci e quant’altro la sua rabbia gli suggeriva.

Selene, ricordo che mi avvertisti immediatamente, ma io ero troppo innamorata.

“Ma non te ne accorgi? Ti farà passare dei brutti momenti quello lì”.

“Non ti interessa più l’amore? Non ti ci vedo sempre da sola, davvero”.

“Come non mi ci vedi. lo sono sola da sempre e mi trovo benissimo, l’amore malato non mi interessa”.

“Come fai a dire che ho un amore malato? Come puoi saperlo? E perché vuoi essere sempre sola? Nessuno lo desidera. Nascondi qualche segreto?”.

“Non ti approfittare e non credere di conoscermi più di tanto. Potresti avere delle sorprese. Te piuttosto, quello è un disgraziato, non ti puoi fidare”.

Poi ci fu il baratro in cui insistesti per indurmi a lasciarlo, ma era troppo tardi. Ormai terrorizzata, non sapevo come uscirne e lui, non mi avrebbe mai permesso di andarmene. Ero un oggetto nelle sue mani. Un gioco divertente. Ma avevi ragione! Ho vissuto la favola al contrario di come la raccontano solitamente alle bambine.

Ora vuole convincermi che il nostro rapporto gli interessa e anche la mia felicità. Ma è tardi, il dolore non si dimentica. Me ne sono accorta durante l’ultima frequentazione nel solito bar, cosa che resiste nel tempo. Stesso locale e stessi amici. Povero Carlo! Una sera, accanto al nostro tavolo, ce n’era un altro occupato da due ragazzi e le rispettive fidanzate. Ad un tratto lui fa: shh, silenzio. Uno dei due vicini, parlava animatamente ai suoi amici che lo ascoltavano come fosse un oracolo. Qualcosa nelle parole del ragazzo deve averlo colpito, perché ascoltò l’intero discorso. In sintesi, costoro, discutevano sul connubio di anima e amore tra un uomo e una donna. Al “principe”, il concetto di anima, sembra essergli rimasto impresso. Non l’aveva mai preso in considerazione. L’ho capito in seguito dai lunghissimi silenzi, ma non so cosa sia avvenuto nella sua mente. Un cambiamento? Positivo o negativo? Passato qualche giorno, mi invita ad una gita al lago o al mare. Sapeva quanto mi piacevano entrambi i posti, ma non gli credo. Prigioniera da tempo, picchiata, come pensare ad una gita? Ma sto zitta. Dopo anni ho imparato a comprendere bene gli uomini come lui e lo assecondo in questo suo strano gioco, per evitare il peggio. Come un carcerato, aspetto solo l’occasione giusta per scomparire dalla sua vita e dalla sua mente, come lui attende il momento favorevole per sbarazzarsi di me, se non riesce a domarmi del tutto. Mi dice: non esci mai, domani ti farò una sorpresa. Ma un vaso rotto non è un puzzle, non combacerebbero mai i pezzi. Come si può credere ad un cambiamento repentino, partorito dall’ascolto del discorso di uno sconosciuto? Oltretutto, lui, poi, che pensa di essere sempre migliore degli altri.

Giorni fa, mi ha presa per i capelli sbattendomi ripetutamente contro lo specchio. Mi stavo solo truccando un po’. Soprattutto cercavo di coprire gli ematomi, ma, per lui, non era che vanità. Il tappeto assorbiva sangue e lacrime che scendevano confuse dal volto, per le ferite e per il pianto disperato, silenzioso, quasi volesse cancellare l’orrore di quel momento e tornare indietro. Non ricordo per quanto tempo rimasi lì, a piangere sulle mie cicatrici e sulla mia sorte. Quando qualcuno mi chiede il motivo di un segno mal nascosto sul viso, dico una bugia: che sono caduta dalle scale, ad esempio. Ma, sembra che oggi, le scale, siano mal costruite perché le donne ci cadono troppo spesso. Dentro di me, ci sono almeno due persone: una che ama a prescindere e sono la io bambina; l’altra sono ancora io, ma adulta, e dovrei essere più responsabile. Ho avuto sempre un gran timore, sia dell’uomo, che del buio, ai quali attribuivo la stessa valenza negativa, ma non ho saputo evitarli. Nei miei momenti peggiori di bambina, mia madre mi consolava abbracciandomi teneramente. Mi prendeva una mano, mi faceva chiudere il palmo, poi mi chiedeva di riaprirlo: “cosa c’è dentro”? “Nulla”. Infatti non c’è nulla nel buio, rispondeva, quindi non devi averne paura. Io ridevo per questo gioco e mi tranquillizzavo. Degli uomini mi diceva di stargli alla larga, però io crescevo e mi innamoravo. Era inevitabile. Come lo era anche il rischio di conoscere mostri, ed esistono cara Selene, lo sai bene, infatti hai scelto la solitudine. Io me ne sono resa conto troppo tardi. Avrei dovuto fuggire subito a gambe levate, ma…zero coraggio. Oggi mi rendo conto di questa prigionia che sembra eterna. Ho paura, ma so che, se fuggissi, l’orco mi ritroverebbe, o forse no, ma sarebbe comunque un bel rischio, come rimanere d’altronde. Dovrei affrontare questa situazione: un buon piano e fuori dal carcere in qualsiasi modo.

Carlo, conosce tutto di me, anche il mio amore per l’acqua, per cui, quale posto gli poteva venire in mente per la gita? Ma un lago naturalmente. Ed io? Dovrei ringraziarlo? So che non fa nulla che non gli sia di ritorno in qualche modo. Ho pensato: avrà trovato il posto giusto dove potermi uccidere e architettare il delitto perfetto. Ma ora non ci voglio pensare. Sta camminando e si è allontanato abbastanza; ne intravedo solo la sagoma sfocata, sembra stia facendo il giro di questo immenso lago, per cui ho tutto il tempo per scriverti e godermi questa insana gita. Cammino sulla riva calpestando la sabbia bollente ma non mi scotto perché l’acqua è fresca. Ogni tanto mi fermo ad ammirarne i movimenti. Numerosi cerchi si inseguono e si disfano sdraiandosi sui miei piedi nudi, ed è bellissimo! Il sole è caldo. Non si vede quasi nulla per via dei suoi raggi. Ovunque si posino, imbiancano, ed i miei occhi si riempiono di lacrime. Ciò che riesco a percepire senza occhiali, è una nebbia dai colori sfocati. Tra questa bellezza, affiora nella mia mente lo strano comportamento di Carlo: allontanarsi così tanto e lasciarmi completamente sola? Perché? Che sia una scusa per trovarmi in flagrante e picchiarmi? Sono due giorni che non lo fa ed è chiaramente agitato. Ma non voglio pensarci, ora qui sto bene e devo godermi ogni attimo di questa magia. È bellissimo star sola! La mia anima ringrazia il ragazzetto del bar. Rammento i tuoi discorsi sulla solitudine e, finalmente, li comprendo. Immagino di essere una piccolissima parte dell’enorme macchia azzurra dipinta esattamente in mezzo alla campagna, il cielo dello stesso colore, non si distinguono i contorni dell’una e dell’altro. Trovo tutto meraviglioso. Il paesaggio potrebbe averlo dipinto Monet, ad esempio, oppure un altro impressionista, mi sta bene lo stesso, è l’acquerello nel quale sono immersa. Un tenue schizzo di colore tra le migliaia di tinte che si rincorrono. Ho abbandonato l’oscurità per questa luce intensa. In basso, cerchi umidi, ancora si muovono sulla mia nudità, ed io sono loro grata. Oh se mi vedessi! Con le braccia spalancate ad abbracciare questo tutto, io, dimentica delle violenze, mi sento…normale. Se fossimo insieme, Selene, di sicuro fotograferesti la trasformazione di un volto spento dopo l’intervento magico della gioia. La prova che, in uno strano momento della mia vita, sono stata veramente felice. Dopo non so cosa accadrà. La mente è libera e cerca soluzioni. Forse rimarrò una sua vittima, o forse riuscirò a fuggire, non lo so. L’amore! Ecco cosa ci hanno raccontato da bimbe. Le chiamavano fiabe. Noi, le principesse dei piani bassi che trovano il loro principe azzurro nei vicoli malfamati delle città. Non è perfetto? Quando conobbi Carlo, mi avvertisti, sei sempre stata la più saggia tra di noi.

Negli ultimi tempi ho letto di nascosto il libro di Brian L. Weiss e molti racconti di gente con esperienze di pre-morte. Le persone in questione, dicono di aver provato una grande beatitudine tramite quelle luci, intense ma non spaventose, che ognuna di loro ha visto, prima di morire. Perché pensavano di morire, ma poi sono ritornate nei propri corpi e hanno potuto raccontare storie che differivano di poco l’una dall’altra. Ebbene, è accaduto anche a me. Non ne sono proprio certa, forse è successo mentre dormivo. Forse era un sogno. L’ho sempre pensato prima di leggere quei racconti, ma ora ho dei dubbi. Nel mio “sogno”, o nel dormiveglia, o quando assumo l’abituale posizione fetale per difesa, è accaduto qualcosa che mi ha spinta verso il lungo viaggio che vado a raccontarti e che mi ha allontanata da questo inferno, seppure per poco tempo. O, forse, ho immaginato ogni cosa, desiderosa di ricostruirmi una vita normale, scevra da ogni ricordo. Il ricominciare daccapo. Non lo so.

Era Autunno e volli iniziare il viaggio dal nord-Italia. Volevo vivere una stagione dopo l’altra fino alla punta dello stivale e di lì attraversare il tratto leggendario di Scilla e Cariddi per ritrovarmi in Sicilia

Camminai per un anno intero partendo dai tetti, quasi fossi a Parigi. Nei film sono molto vicini e puoi saltare dall’uno all’altro con facilità, ma in Italia c’è maggior difficoltà: un sali e scendi continuo. All’inizio ero talmente eccitata da non sentire il cambiamento della temperatura che diventava sempre più fredda, per poi sparire e comparire di nuovo più pungente. Alle intemperie non ci pensavo. Passo dopo passo il gelo aumentava e cominciavo a sentirlo. Nel proseguo, l’aria era difficile anche da respirare. Le nuvole si oscuravano nascondendo il sole che tanto non sarebbe servito a nulla. Qualche fiocco di neve già mi svolazzava intorno fermandosi in terra, ed unendosi agli altri, che, sempre più numerosi, formarono un bellissimo tappeto bianco e soffice…ma freddo. Mi tolsi le scarpe per affondarci dentro con i piedi. Una piacevole sensazione mi colse: desiderai vivere per sempre in quella maniera. Lassù, perché sulle strade, la neve si mischia alla terra e si sporca diventando marrone. Non mi piace. Invece, ad un passo dal cielo, ero felice. Trascorrevo il tempo camminando senza mai stancarmi. Però, in quell’Inverno colsi tante difficoltà. Mi nascondevo negli angoli o scendevo per le scale dei palazzi coprendomi con dei cartoni come fossi una barbona. La pioggia, i temporali. Ho superato quel periodo cercando forza nella mia disperazione e, stranamente, la trovai. Ho pensato molto a questo, alla debolezza che credevo di aver acquisito e che, invece, si era trasformata in una grande forza. Attraversai quel lungo inverno con poca luce e momenti di vera disperazione, ma non potevo arrendermi. Solitudine ma soprattutto riflessione e il desiderio di vivere. Questo, mi occupò il cervello per tutto il tempo, impedendomi di impazzire e azzerando l’idea di non farcela. All’improvviso, ecco l’aiuto che mi occorreva, arrivò lei, la Primavera. La mia stagione preferita! Dimenticai le sofferenze subite in questo assurdo progetto e cambiai comportamento. Ora non camminavo più sui tetti e non mi nascondevo più negli angoli, ma passeggiavo sul lungomare e l’avrei fatto fino all’ultimo giorno. Ancora un poco di fresco, i raggi del sole erano piuttosto deboli e non ce la facevano a scaldare più di tanto la sabbia. L’acqua che spesso mi colpiva, era fredda. Comunque il tempo passava e la temperatura aumentava costringendo il sole a scaldare sempre di più. Per quel cerchio arancione su nel cielo, la sabbia iniziò a bruciare. Saltellavo giocando con le onde. Era il Paradiso! Entravo direttamente nell’acqua quando il caldo era troppo intenso. Vissi così. Ogni stagione mi chiedeva un diverso comportamento, ma riuscii a proseguire per tutto l’anno affrontando ogni difficoltà, ogni dubbio e insicurezza: un miracolo! Arrivata alla punta estrema dello stivale, dovevo seguitare verso la Sicilia, ed attraversare quel tratto di mare che chiamano tra Scilla e Cariddi. Ora avevo paura davvero. Non sapevo nuotare e non c’era nulla e nessuno ad aiutarmi. L’acqua era alta, il caldo soffocante, mi sarei sciolta. Un laghetto di materia liquefatta assorbita dalla terra stessa. Al mio posto neppure una pozzanghera. Sarei completamente scomparsa e nessuno mi avrebbe cercata. Non tentai. Stetti per un bel po’ di tempo seduta sulla sabbia a guardare il mare senza trovare una via d’uscita, finché, all’improvviso, si materializzò una specie di ponte. Un grosso tubo unì le due rive. Supponevo di doverci entrare e camminare fino alla riva opposta. La paura diventò puro terrore quando mi resi conto che non c’era più tempo e che dovevo attraversare. Mi contorcevo dall’insicurezza, tentando di capire chi avesse portato quella specie di ponte. L’invisibile! Era però la soluzione giusta per una persona come me. Camminandoci dentro, non avrei avuto la tentazione di guardare giù. Curiosa, ci sbirciai dentro, e in fondo, vidi un cerchio troppo bianco di luce. Era il sole. Sempre più atterrita per il forte calore che di lì a poco mi avrebbe investita, sapevo che non avrei potuto neppure raccontarlo, tanto sarei morta all’istante. Incenerita! Alla fine, ecco una energica spinta colpirmi d’improvviso e spingermi nel buco. Non ricordo di aver camminato là dentro ma solo di essere arrivata velocemente alla fine di quel trucco. Deserto! Là, sulla riva opposta non c’era nessuno. Mi aspettavo il bruciore, il fuoco, invece nulla di simile accadde. La luce era sì abbagliante come non l’avevo mai vista, ma non bruciava. Non sentivo l’enorme calore che mi terrorizzava, anzi, avvertii un senso di beatitudine avvolgere il mio corpo. Non ero mai stata così bene in vita mia e sarei voluta rimanere lì per sempre. Intanto, in fondo, molto lontano, due figure vestite di nero avanzavano veloci nonostante la loro stazza. Camminavano a stento trascinandosi l’una con l’altra e alzavano le braccia per salutarmi facendo gesti con le mani come volessero essere attese, ma non ne ero certa. Io ricambiavo il saluto mentre queste, si avvicinavano sempre più. Ora m’inquietavano, sentivo che non gli appartenevo, almeno non ora. Ad un certo punto, quando erano quasi vicine, tutto scomparve e mi svegliai seduta sul letto con gli abiti bagnati di sudore.

Cara la mia Selene. Questo è solo il racconto di un sogno, forse influenzato dai precedenti di pre-morte, ma non è una bugia. Io penso che da qualche parte, ci sia una mia storia che deve ancora iniziare. Il ritardo potrebbe dipendere dall’essersi incastrata tra le pieghe del mio mondo che devo ancora stirare. Una vita è in costruzione, chissà dove arriverò.

Intanto Carlo ha terminato la sua camminata, ed è tornato. Lo guardo e penso alla donna che lo ha partorito, perché solo la donna partorisce tutti e due i sessi, quindi da dove nasce il grande odio? Partiamo: per dove?

Tua Celeste

(Maria Cipolla)

(“L’alfabeto dei racconti”)