Sogno, sonno, escursioni, estasi

Foto di (Maria Cipolla)
Non ho un buon rapporto con il sonno, non mi addormento facilmente.Talvolta dipende dal cuscino troppo alto, oppure troppo basso. Mi giro e mi rigiro. Mi lascio avvolgere dal lenzuolo e divento una mummia, mentre la gatta salta ad un centimetro dalla mia testa. Usa quel miagolio da neonato che commuove per non essere disturbata quando cerca la posizione che le piace di più. Noiosa, perché poi finisce sempre ai piedi del mio letto e mi costringe all’angolo. Quando neppure la stanchezza mi manda tra le braccia di Morfeo, ecco la melatonina intervenire per soccorrermi salvandomi da una notte insonne. Allora mi addormento serena con la speranza di essere ricompensata per un giornata mediocre. Nel passato mi accadde di dormire per più di due giorni ininterrottamente, così mi dissero al risveglio: fu dura crederci. Ma poi compresi che il mio cervello si comporta in questo modo quando decide di salvare il corpo da forti dolori: lo immobilizza per un tempo indeterminato, una specie di coma indotto. Non so se sognai. In genere ciò che ricordo delle notti è il mio continuo navigare nell’oscurità come una nave nel mare buio, e al risveglio, non so spiegare le dinamiche tra l’assenza di colori e l’inverso, seppur ci sono. Il sonno mi riposa ma non è generoso. Entro sempre in ambienti bui e vedo case come appaiono dopo un terremoto, oppure reperti di un’altra epoca: costruzioni diroccate e sassi. Scure più che altro. Non ho mai visto un bel paesaggio ma neppure brutto e figuriamoci un albero. Semplicemente non sogno paesaggi. Quelle case, sembrano frammenti di città morte e sepolte. Numerose stanze una sopra l’altra: tutte uguali, montagne vulcaniche, sassolini che cadono se c’è vento, ma non ce n’è mai. La solita stanza che mi ospita quando sono in questa fase, ha sempre una sorpresa: al momento di raggiungere il letto, in mansarda, mi costringe ad attraversare un buco in alto piuttosto stretto da fare a pugni con la mia claustrofobia e stare in ansia per il viaggio di ritorno. Ci sono cunicoli dappertutto con numerose uscite. Alcuni sono di color verde rugginoso, mi sembrano deserti perché non ci vedo vita. Spesso mi ritrovo in una piazza, dove, tra le tenebre, sorge una cattedrale bellissima, colma di documenti artistici che mi godo, strizzando gli occhi, in perfetta solitudine. Strane amiche mi aspettano proprio lì per un tour insieme che non si farà mai. Ragazze che appaiono e scompaiono. Ex fidanzati che non riconosco perché il loro volto è coperto da un lenzuolo come gli amanti di Magritte. Non tento di toglierlo, non voglio scoprirne il segreto. Il buio è profondo e m’incuriosisce, ma poi cerco la luce come assetati nel deserto. Mi faccio chilometri e chilometri a piedi in quelle strane gallerie, giungendo in posti sempre differenti, eppur tanto simili. Mi perdo per la strada, poi mi accorgo di essere appena dietro l’angolo della casa dove vivo. Entro e non è la mia. E’ una stanza di passaggio come tante altre. Si restringono. Ne vedo una dentro l’altra, come fossero un numero gigantesco di matrioske. Mentre cammino mi chiedo cosa sto cercando, forse un frammento d’umanità. Un lungo corridoio m’inghiotte. Il fondo promette molte sorprese, e, risveglia la mia curiosità, ma vedo solo la mia camera, piccolissima, con il bagno senza soffitto. Ho l’ansia e mi rifiuto di abitarla. Quindi continuo ad esplorarne un’altra. Soluzioni non ce ne sono, infatti è ancora un cunicolo che mi direziona, ed ormai so cosa c’è in fondo. Queste costruzioni, formano un labirinto notturno nell’oscurità. Sembrano resti di città di milioni di anni addietro, tra le quali vivo una vita parallela a quella reale. Superato uno dei tunnel, trovo una strada più luminosa con tanti negozi. Il primo vende delle stoffe, così provo ad entrare. Un campanello mi separa dall’apertura. Suono e si aprono le porte, ma niente persone. Posso però toccare e ammirare quelle splendide stoffe, colorate e morbide ma non posso comprarle per trasformarle in vestiti. Gli altri negozi hanno lo stesso comportamento, neppure mi fermo. Ci si potrebbe trascorrere una vita intera in questo percorso onirico, ed io, sembra che stia sulla buona strada. Camminando, arrivo in una specie di bar, uno di quelli dove si beve e si balla. Ho degli amici, spero, invece ci sono solo manichini, quindi, il più delle volte non vado. Mi giro ed esploro questo strano mondo decrepito. Ora ne ho raggiunta un’altra di stanza, anzi più scura e stretta, tanto da farmi camminare lungo le pareti. Allungo una gamba e il letto è lì, al centro. Mi posso riposare. Una sola volta ho visto una casa sul mare. Questa, si trova in fondo ad uno dei cunicoli più stretti degli altri e ancora più buio se si può. Ha un balcone molto grande. Entro nel bel mezzo di una festa dove strane persone ballano al chiaro di luna, massacrando una musica divina. Mi sporgo per vedere il mare che immagino verde e luminoso, invece mi appare l’impronta del mio viso, riflessa in acque nere come l’inchiostro. Tutto questo mi inquieta, specialmente quell’umanità danzante: sono facce tutte uguali. Fuggo. Correndo, scivolo in un pozzo: claustrofobia, rimarrò qui e qualcuno, un giorno, raccoglierà le mie ossa. Vorrei svegliarmi ma il mio corpo non è d’accordo: la melatonina c’ha dato sotto di brutto. Mi ritrovo sull’orlo della cavità accanto ad un’abitazione di passaggio. Ci sono corridoi che devo ancora percorrere e case ancora da esplorare. Lo sconforto mi attanaglia ma non c’è verso che mi svegli. Sempre buio, anche il cielo lo è, buio. Ormai non alzo più gli occhi e non li abbasso. Mi è sufficiente restare con i piedi per terra dentro codesti rifugi abitati anche da topi che hanno più paura di me. Ogni tanto uno squittio mi avverte della loro presenza e io cambio stanza. Forse tutto questo che vedo fa parte di un mondo, parallelo, ed io, dovrei trovare la famosa porta per esplorarlo, invece, mi sento incastrata e vago senza una via d’uscita. Sono sola in questo viaggio onirico, incontro qualcuno che cammina, ma non mi sembrano persone. Sono e non sono. C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che si mostra, il sogno fa questo. All’angolo di un cunicolo, ferma il mio peregrinare un uomo molto alto vestito di bianco con un bastone bianco e un cilindro dello stesso colore. E’ anziano, posa il bastone e comincia a suonare il sax, accennando a passi di danza. Divino! Mi sorride con quei denti bianchi sulla faccia scura e ammicca invitandomi camminare verso un altro viale. Lo guardo e la tristezza va via. Un miracolo. Seguo il suo consiglio. Con gli occhi vago e mi appare un precipizio, ma non lo è. Finalmente sono arrivata a destinazione. Anche qui vedo una casa, ma è del tutto diversa. Non c’è oscurità. E’ la casa verticale, che mio marito disegnò per noi, prima di morire. Riesco a raggiungerla dopo aver esplorato l’inferno. E’ un pò differente, ma la riconosco. Sopra, all’altezza del tetto, una strada va diritta verso una montagna bellissima colma di neve. Tutto quel bianco, crea un paesaggio unico al mondo, ed è un accenno d’estasi. Scendendo lungo la roccia, mi accorgo della parte discendente con tanto di quel legno per completarla e vetro al posto delle pareti e delle finestre; al pianterreno, trovo un clima diverso, molto caldo che m’investe, allora mi guardo intorno: vedo i miei piedi affondare sulla sabbia bianca davanti al mare. Celeste, calmo, tutt’uno con il cielo e mi sembra di vivere in paradiso. Ecco che l’estasi si completa.
(Maria Cipolla)
