Le scarpe di una donna

Pubblicato il 06/04/2020

 

fotografia

Foto di MariaCelesteCipolla

 

Rosse, le immagino rosse, sempre, e,

appassionate, infuocate, torturate,

sfrontate, lacerate, gettate via e rimpiante,

affascinanti, doloranti…ma piene di vita,

come solo una donna sa esserlo davvero.

 

Le vedo camminare su di un pentagramma:

tra note alte e basse, confuse nei geroglifici,

vogliono scrivere una canzone, rossa.

Camminano sulle righe, si perdono tra le stesse e

negli spazi, seguitando la danza senza arrendersi.

 

Ecco nascere una canzone, ecco la serenità

avvolgere il cuore dei presenti, li conquista,

spargendo petali di rose rosse dai rami pungenti.

È una musica divina, un’orchestra angelica.

Scrivendo note, a volte le scarpe, s’impigliano tra i segni.

 

Allora saltano tra gli spazi, cadono e si rialzano:

è divertimento, è sogno, gli occhi paiono umidi

quando gli animi si girano all’indietro.

Il pentagramma è ragnatela, imprigiona i rossi

e spaventa gli animi, ma non le scarpe.

 

Preziose, di donna, scarpe rosse che mai implorano.

La ragnatela le stringe sempre più forte,

ma ecco la risposta che deride e ipnotizza:

nel labirinto di segni e di spazi, sono libere,

i movimenti flessuosi e sinuosi, allentano le righe.

 

Note aspre salgono, mentre i colori s’incupiscono,

rapidamente scompaiono e l’altalena buia si ferma

inchinandosi verso la strada ventosa nell’attesa dell’ospite.

Prima o poi l’ape succhierà il nettare, ed allora nascerà

l’amore tanto atteso, ed accolto, nel mare del tempo.

 

Stringono i nodi, cadono i rossi in avanti,

mortificando l’invisibile scomparso negli anni.

Sono scarpe di donne queste, il DNA dell’eterno.

Sono i piedi della vita che calpestano un tappeto.

Un tappeto grande, e, forte, rosso come il sangue.

 

Sangue rosso esce dai filamenti del corpo delle donne

e nelle scarpe si ferma, replicate nell’eternità.

Donano vita all’universo stesso, ai figli, al grande amore,

a tutto ciò che si può cullare e spogliare della sofferenza,

per accoglierla poi, nel cuore dolente, senza girarsi indietro.

(MariaCelesteCipolla, da un’idea di MariaRosaria)