L’attesa

Pubblicato il 05/02/2018

 

Foto paesaggio nevoso.

 

L’attesa

Accendo il mio computer e qualcosa mi scuote.

Non so dire se piacevole o no. So solo che, nell’arco di qualche millesimo di secondo dall’apertura, l’aggeggio tecnologico darà un pugno improvviso al mio stomaco.

Ogni volta, io lo aspetto.

Lo scopo è quello di ricordarmi di non dimenticare. E non msi dispiace. Non fa male. È qualcosa che mi sono andata a cercare nel web.

Sul monitor, ho messo la foto di un viale alberato ricoperto completamente di neve. E questo è il mio killer iniziale.

Il cielo non si vede. Il sole neppure.

La prospettiva, lo allarga all’inizio, lasciando ai lati le fila di alberi più corti e aggrovigliati, direzione interno, sicché la vegetazione risulta meno folta.

In fondo, i rami appesantiti dai fiocchi di neve, s’intrecciano tra loro chiudendo ogni passaggio. Non c’è via d’uscita.

Bene! Rispecchia il mio stato d’animo in questo momento.

Bianco. Tutto è bianco. Ombroso. Incupito. Chiaroscurato leggermente come se qualcuno l’avesse disegnato con la punta d’argento.

Sembra di stare in Siberia a fare compagnia a Lenin e a quanti altri confinati come lui: chi ha fatto la storia e chi no, però tutti parteciparono.

Ma da qualche parte, arriva un tenue bagliore. Appena, appena. Tanto per definirne i contorni e ridipingerlo con una traccia di luce … per dargli un tono. Per il resto, niente. Penombra, paesaggio abbozzato.

Guardando quel groviglio di rami nel fondo, mi accorgo che il solo, l’unico punto geometrico che vedevo all’inizio, non esiste. Ora ci vedo un muro argentato, piccolo e lontano dal mio punto di vista.

Il punto è diventato un muro insormontabile.

Questo accartoccio, sarà una loro naturale propensione per difendersi dal gelo? Gelo insopportabile anche per loro? Forse no. Forse è la legge della natura che decide cosa ci è necessario e quando. Verrà il tempo in cui il sole li scalderà, forse troppo, come ora troppo freddo.

In questo piccolo paesaggio, non riesco a trovare una via che mi indichi l’esterno. Neppure lo voglio. Vedo solo un angolo, ed è chiuso.

Un problema senza soluzione. Assomiglia a qualcosa che sto vivendo ora. Perché la vita esterna spesso influenza quella interna e viceversa.

Un’altra persona ci vedrà dell’altro. Secondo il proprio vissuto.

Comunque, è un posto che invita a riflettere. Sembra che per ogni domanda ci sia una risposta proprio lì, nascosta chissà dove dal resto del mondo. Lei. Loro. Le risposte. Perché sono numerose le nostre domande. E penso: solo coloro che, senza alcun timore, accetteranno la verità per desiderio di comprensione e con enorme rispetto, ecco, solo costoro saranno i privilegiati chiamati al sapere.

Tutto questo, in un freddo che non permette distrazioni.

Nello spicchio di agrume gelato, si può chiedere qualsiasi cosa. Ogni domanda è lecita. Se ci sei dentro puoi alzare gli occhi e vedere un manto azzurro che dà gioia e speranza. Oppure tormento. Disperazione per non trovare una via d’uscita e andarselo a godere. Paura, perché c’è sempre il rischio che nessuno si accorga di noi e potrebbe diventare la nostra tomba. Un angolo dimenticato, colmo di amore e odio, sempre secondo gli occhi di chi guarda.

Dopo l’attesa, qualcuno godrà del calore stagionale e avrà la gioia di vedere sciogliersi i cristalli  di lacrime dagli occhi e gli stalattiti dall’anima per poi fuggire in silenzio dal passaggio nascosto con il ricordo di qualche escoriazione, con un poco di sangue incrostato e una verità dall’immenso valore. Ma ne vale la pena.

Il gioco della vita … ma poi sei fuori. Fuori di lì, in un giorno.

Fosse il mio turno, avrei imparato qualcosa? Avrei nostalgia di questo gelo?

A me non dispiace affatto questo paesaggio. Non mi dispiace trovarmici dentro. Io lo adoro. Il freddo mi avvolge e ferma il tempo. II mio tempo. Perché, fuori, tutto funziona come non vorrei, al contrario.

Non c’è alcun orologio che mi richiami, al piacere o al dovere del vivere …come volete.

Posso alzare gli occhi e non scorgere nulla. Perché è questo che voglio vedere, il nulla. Oppure non sono lì fisicamente.

La mia anima si è scelta il suo sepolcro. Una piccola cosa. Alla fine dell’inverno, quando una parte di mondo sgocciolerà, lei avrà finalmente un posto dove giacere. Perché non credo di superare l’inverno.

Questo gelo!

A volte, qualche momento positivo mi s’insinua dentro senza che me ne accorga. Allora penso che anch’io potrei avere dei giorni migliori. Brevi. Brevissimi sì, ma che mi regalino un tempo per fare ordine nella mia vita. Prima del congedo finale.

È una foto cercata. Non così, tanto per cambiare. Il mio animo sapeva dove fermarsi. Curiosare o si muore. Invece no. È difficile anche morire.

Ora lo so.

Così, mi è capitata questa foto. Ci siamo guardate. Scrutate. Provocate.

Abbiamo superato le piccole antipatie che, comunque, all’inizio spesso si creano, specialmente in occasioni particolari, ma poi ci siamo giurate amore eterno. 

Ora la mia anima può passeggiare nella piccola Siberia e viceversa. Cosicché, due specie viventi ma diverse, possono comunicare tra loro. Possono anche essere amiche. Una piccola vittoria. Un miracolo microscopico.

Forse più sentimentale … ma che potrebbe essere qualcosa di scientifico. O come nei sogni dove tutto è possibile.

Io, ne avevo bisogno! Di questo gelo intendo. Totale ibernazione. Fermarsi senza spostarsi di un millimetro.

Il freddo mi blocca l’anima, ma anche la quieta e l’aiuta nell’attesa. Lunga o breve che sia è un’attesa che diluisce il dolore lancinante e mi salva dalla spinta verso l’oblio. È ciò di cui avevo bisogno.

Per il momento. Secondo lo svolgersi degli eventi. Un narcotico.

Non provate a spingere la mia anima in nessuna direzione. Non invitatela. Non adulatela. Lei non vi seguirà.

Vago con la mente in sperdute vie del nord, dove il freddo non tiene conto neppure dell’abbigliamento pesante che tenta di scaldare i corpi e neppure del liquido caldo che pizzica la gola con l’intento di sedare le anime, in quei piccoli ritrovi con le tovaglie a quadrettoni e le finestre appannate. Caldo e freddo. Torniamo alla dualità del creato.

Alle doppie facce che sono il nostro specchio.

Il bianco è sempre lì e non posso sfuggirgli. Il bianco gelato. Mi ci tuffo dentro, come si farebbe nell’acqua del mare in estate. La sensazione che provo è quella di morire, un volta, ma solo quando mi tuffo. Perché non so nuotare.

Dunque il paesaggio è lo stesso, ma non lo è la temperatura in cui potrei bagnarmi. Ho bisogno di un narcotico e lo trovo in questa matita d’argento. Un narcotico che mi cancelli per qualche tempo. Che mi confonda nel colore sbiadito. Un narcotico per salvarmi.

Scrivo con la coperta sulle spalle e attendo.

È un concetto che mi ha sempre affascinata, l’attesa, ma non ne ho mai compreso il vero significato, l’ho vissuta quotidianamente, senza esserne cosciente, all’inizio. Ha accompagnato la mia vita sin da piccolina. Attendevo l’attesa! Qualcosa che non arrivava mai.

A volte mi stancavo di aspettare e l’ingannavo dipingendo su qualsiasi superficie si presentasse davanti ai miei occhi.

Usavo dei gessetti.

Come i madonnari che talvolta avevo visto lavorare sui marciapiedi delle strade. Ne ero affascinata. Totalmente presa.

Chiusa nella mia stanza, sognavo una nuova vita piena di colori e intanto respiravo la polvere dei miei, felice, nell’attesa che ne arrivasse altra, da non so dove, la prima possibile, una tutta per me. Per salvarmi.

Naturalmente colorata! Perché, non si può conoscere il colore e poi rinunciarci, casomai ci si può solo morire.

Il colore e io. Un tutt’uno. Un sogno e la realtà.

Quest’ultima, ce l’ho davanti agli occhi, ed è il freddo. 

Il freddo di un paesaggio siberiano, che mi accompagna nell’attesa.

 

(Maria Celeste Cipolla)