La beffa

Pubblicato il 05/02/2018

Foto di famiglia, Giuseppe Bellavia con nostro figlio Jacopo Bellavia. (M. C. C.)

 

Quel profondo sentimento chiamato amore

che un giorno, rapì gli animi di

Giulietta e Romeo,

non sempre è privilegio della gente e,

quando arriva,

la felicità è talmente grande,

che l’arco della vita tanto breve

è lungi dal contenerlo.

Sui banchi di scuola,

nel pieno dell’adolescenza,

all’Eros scappò una freccia,

così fiorì un amore cui,

nonostante la vita si oppose,

accompagnò i nostri giorni.

Vivere insieme tutto il tempo,

nel bene e nel male,

era il nostro unico desiderio e,

l’utopico, agognato sogno:

due cuori e una capanna,

si materializzò ai nostri occhi

prediligendoci tra tanti e noi,

certi del viaggio infinito,

perpetuammo la fiaba.

Uniti dai medesimi desideri

e interessi artistici

percorremmo il cammino,

accompagnati dalla musica

che Fabrizio de Andrè,

generosamente,

elargiva in quegli anni,

senza mai un sentore di stanchezza

a turbare la nostra unione.

Poi la vita sentenziò

eccessiva la nostra felicità

rendendo visibile la tresca

covata fino ad allora e,

il disegno celato nell’embrione,

per finire anzitempo la tua esistenza,

emerse minaccioso.

Il mostro nascosto nel feto,

lievitò pian piano le sue nefaste cellule,

trasformando le tue carni,

tra mille e mille tormenti,

in un abbozzo umano,

spingendoti,

nonostante quanto lottasti,

negli abissi più profondi dai quali,

impossibile è il  ritorno.

La tua grande forza di volontà,

la tua immensa gioia di vivere,

a nulla giovarono

contro un destino crudele che,

ci dispose in una beffa

…usandoci.

Così finì la tua vita,

lasciando desolazione e

vuoto incolmabile,

nel cuore di chi ti amò.

Furono giorni lunghi e solitari

quelli trascorsi nella casa

ad immaginare il tuo corpo nell’urna,

subire le trasformazioni

cui la morte ricorre,

sintetizzando gli elementi

tramite la decomposizione,

in chissà cos’altro,

elementi che,

poco prima accendevano

la fiamma della tua vita.

Quando il pensarti diventa più intenso

si manifesta

il ricordo del contatto fisico,

l’odore dei tuoi abiti,

e della tua pelle,

che sempre mi accompagnano…

…dolorosamente.

I ricordi…lacerano…

se la mente non interviene

addormentando ogni memoria.

E, tra i sogni ricorrenti,

quello in cui,

prigioniero della gabbia,

comunicavi le mute parole

che respingevano il ritorno dal baratro

nel rammarico della promessa

strappata alla vita.

Indovinare il mondo attraverso le luci

che i vetri lasciano trasparire

rimembrando il passato cui,

…ricordi sbiaditi,

gelosamente conservati,

rivelano alla mente.

Il miracolo spento,

ha lasciato l’impronta

di un’angoscia opprimente,

che accompagna il mio cammino,

cui la vita mi costringe a proseguirlo

senza il conforto del tuo amore.

(Maria Celeste Cipolla)