Erano tempi

Foto di uno dei tanti cortili della Garbatella edificati dopo i lotti, nel periodo fascista. In questo sono nata io e i miei figli. Foto di (Maria Celeste Cipolla)

Sin dalle sue origini Roma è stata suddivisa in “regiones”, zone del centro storico,”rioni”: singoli quartieri dal punto di vista sociale, storico e culturale“.
Quello della Garbatella, compreso tra la via Cristoforo Colombo, via Giustiniano Imperatore, via Ostiense e la Circonvallazione omonima, venne fondato nel 1920 per ospitare gli operai impiegati nella realizzazione, mai avvenuta, di un canale navigabile, che avrebbe dovuto collegare Roma ad Ostia e di un porto commerciale”. Fu l’ultimo rione, il XXIII°, fondato sui territori dei colli della basilica Papale di San Paolo fuori le mura: i Colli di San Paolo.
La realizzazione del canale navigabile, convinse il re Vittorio Emanuele III, a posare la prima pietra in piazza Benedetto Brin.

Piazza Benedetto Brin.
La Garbatella,fu uno dei quartieri più popolari, caratteristici, affascinanti, anche per l’architettura, pari forse al solo quartiere “Coppodè” di Roma. Lo stile Barocchetto, voluto dai creatori: Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, si ritrova nelle modanature di sapore medievale, tramite le figure di animali nei fregi e le decorazioni d’ispirazione floreale e botanica, ciò nonostante, si resta nell’ambito dell’edilizia popolare e, dunque povera, infatti, al posto di marmi pregiati, si usarono stucchi e calce bianca. Il modello che ne ispirò la costruzione si rifaceva a quello inglese delle città giardino.
Il nome “Garbatella”, fu a lungo dibattuto. Uno tra i più probabili, fu Remuria, basato sulla leggenda che voleva Romolo come fondatore della città proprio su questo colle e non, come afferma la tradizione dell’Ab Urbe di Tito Livio, sul Palatino. Il quartiere venne costruito anche perché destinato ad accogliere famiglie dell’antica romanità, sfollate per l’abbattimento della Spina di Borgo dove realizzarono via della Conciliazione e per la demolizione di altre abitazioni al cui posto doveva nascere via dei Fori Imperiali.

Foto della scalinata degli innamorati.
In Vicolo della Garbatella, sorgeva l’osteria della celebre ostessa, una donna di nome Carlotta o Maria, talmente benvoluta dai viaggiatori che prendevano alloggio presso la sua locanda, da meritare il nome di Garbata Ostella, definizione contratta poi in “Garbatella”. Accanto alla locanda, sorgevano monumenti affascinanti, come la “Fontana di Carlotta” con relativa scalinata detta “degli innamorati”, ed il ponticello medioevale di piazza Eugenio Biffi. Ma è l’intero quartiere, con i suoi archi, le sue fontane, le sue palazzine, ed i suoi balconi, ad essere considerato un grande, ed unico monumento a sé stante. Con l’avvento del fascismo, cambiò l’ urbanistica, specialmente nel rapporto verde-edificato; l’idea del porto fluviale venne definitivamente abbandonata e si costruirono abitazioni più simili ai moderni condomini che alle precedenti villette, abbandonando così l’idea dell’impostazione delle città giardino. Conservò comunque, un carattere sperimentale di borgata a misura d’uomo, contrapposta in maniera drammatica alla vicina baraccopoli di “Shangai” (l’odierna Tor Marancia). Restò l’intenzione di costruire, oltre agli spazi abitativi privati, spazi pubblici, come stenditoi o asili nido. Si cominciò con palazzi più grandi e alti per ospitare un sempre crescente numero di immigrati, come ad esempio il Lotto VIII in via Luigi Fincati.

Foto dell’albergo rosso.
Tra le prime costruzioni, uno sguardo meritano i tre lotti chiamati Alberghi (Rosso, Bianco e Giallo) nei pressi di piazza Eugenio Biffi. Da segnalare i tredici villini del Lotto 24, denominati anche “casette modello”, tra via delle Sette Chiese, via De Jacobis e via Borri. Contemporaneamente nacquero le officine del gas, i mercati generali, oleifici, mulini, concerie, una grande vetreria, officine meccaniche e molti magazzini. Nel 1908 sorse, su Via delle Sette Chiese, un grosso edificio dove una “Società del cacio e del pecorino” raccoglieva dai pastori il latte, lo lavorava e faceva stagionare le nere forme di pecorino romano. La nuova borgata, dunque, sorgeva su di un’area semidisabitata e coperta da vigne, pascoli e marane. Fu anche zona della Resistenza partigiana, e politicamente, un forte consenso è stato tributato dai candidati del Movimento 5 Stelle nelle elezioni amministrative del giugno 2016. Nel quartiere, a ridosso della via Cristoforo Colombo, si erge il palazzo della Regione Lazio, dove risiede la giunta comunale. Sul lato opposto della stazione di Roma Ostiense, in occasione dei Mondiali di Calcio Italia “90, nacque lo scalo Air Terminal con l’annesso centro commerciale, dove, in seguito, è stata aperta la sede di Roma di Eataly, divenendo il luogo al mondo più grande dedicato alle eccellenze agroalimentari italiane. Dalla Basilica Papale di San Paolo fuori le mura, originava via delle Sette Chiese, che raccordava la via Ardeatina e l’Appia, per essere percorsa dai pellegrini diretti alla basilica di San Sebastiano e tutt’ora usata per il pellegrinaggio al santuario della Madonna del Divino Amore.

La Chiesoletta.
Nella zona si erge la cosiddetta “Chiesoletta”, dedicata ai santi Isidoro e Eurosia. Qui, dice la leggenda, avvenne l’incontro tra San Filippo Neri, ideatore del pellegrinaggio delle Sette Chiese e Carlo Borromeo. Ambedue considerati i massimi riformatori della Chiesa cattolico-romana nel XVI secolo.
San Filippo Neri, fiorentino d’origine, si trasferì a Roma, allora città corrotta e difficile e si occupò essenzialmente dei bambini di strada, coinvolgendoli tramite il divertimento, il canto e la gioia. Creò ciò che ora chiamiamo l’Oratorio; per questo e per il suo carattere burlone, ricevette l’appellativo di “secondo apostolo di Roma”, al quale si aggiunsero: “il Santo della gioia” e ” il giullare di Dio”. La sua vita fu fonte d’ispirazione per i film: “State buoni se potete” di Luigi Magni, con colonna sonora del cantautore Angelo Branduardi e uno sceneggiato televisivo, ” Preferisco il Paradiso”, di Giacomo Campiotti, interpretato da Gigi Proietti.
Carlo Borromeo, la cui altezza, si dice, superava il metro e ottanta quando, in quel secolo, gli uomini arrivavano a malapena al metro e sessantacinque, fu cardinale e arcivescovo cattolico. Canonizzato nel 1610 da papa Paolo V, fu tra i massimi riformatori della Chiesa cattolico-romana nel XVI secolo e guida della Controriforma cattolica, tra le quali, emerge il Concilio di Trento, dove vi fu l’istituzione dei seminari per la formazione dei presbiteri e la loro educazione. Era nipote, da parte di madre, di papa Pio IV.
Nel “1818”, sulla strada per San Sebastiano si possono far risalire i lavori di riadattamento di un casale già esistente dal XVI secolo, al fine di una nuova utilizzazione ad uso cappella rurale. Questa, era dedicata a Sant’Isidoro, il santo contadino, ed a Santa Eurosia, la protettrice contro la grandine. È stata costruita a metà percorso tra la Basilica di San Paolo e San Sebastiano, alla sommità delle colline.
L’esterno della cappella è formata da un portico con timpano, sul cui frontone si leggiamo:

DIVIS
ISIDORO ET EROSIAE
DICATUM
RURALIS VICINAE ET SANCTAS BASILICAS
OBEUNTIUM COMMODITATI
NICOLAUS MARIA DE NICOLAIS FECIT
ANNO MDCCCXVIII
Il “2018”, è, dunque, il duecentesimo anniversario di nascita della Chiesoletta.
Un cenno, ma meriterebbe almeno un libro intero che racconti la sua storia, Padre Guido (Guido Chiaravalli), il prete venuto da Milano a ventisette anni. In quel periodo, trovò un quartiere con una forte predisposizione alla criminalità, per questo decise di fermarsi e dare un suo contributo alla, se non soluzione del problema, almeno un aiuto a chi ne aveva maggior bisogno. Questo aiuto, fu speso totalmente verso il recupero dei giovani dell’epoca, costretti ad una vita di strada che li avrebbe condotti diritti verso l’emarginazione dalla società e ad un breve, quanto travagliato futuro.

Foto di Padre Guido Chiaravalli.
Padre Guido Chiaravalli è stato un po’ il don Lorenzo Milani della Garbatella. Quando arrivò a Roma nel 1957, trovò una realtà difficile, povera, marginale, con pochi punti di riferimento, così lontana dalla sua comoda condizione di nobile lombardo. Era una situazione nuova, tutta da ricostruire, come lo era l’Italia di quegli anni del resto, con ragazzi che crescevano per strada e decisamente “a rischio” e che, proprio per questo avevano bisogno di un riscatto, di una guida, di un limite, di una risposta. Padre Guido non si è scoraggiato, forte del suo carisma e delle sue capacità di educatore, ha aperto l’oratorio della Chiesoletta, la parrocchia di San Filippo Neri, frequentato negli anni da migliaia e migliaia di ragazzi, tra cui Alberto Sordi e Agostino Di Bartolomei, trasformandone la vita: da persone senza valori e prospettive a ragazzi capaci, impegnati nel sociale, rivolti verso gli altri. Fu una delle figure simbolo, religiosa e no, dello storico quartiere: “un punto di riferimento, una guida spirituale”, “il prete con la P maiuscola” che ha ascoltato il cuore di ognuno di noi, amandoci con severità e dolcezza, ed è cresciuto insieme alle persone di questo quartiere condividendo l’amore che aveva per la vita e per Dio.
Col tempo contribuì alla rinascita culturale e sociale di questa zona, ora tanto di moda e di tendenza.
Si è spento il 23 aprile del 2014, a ottantasette anni, tra il dolore e il ricordo dei residenti e dei fedeli che in poche ore hanno affidato la memoria alla sua pagina facebook o ai racconti e agli aneddoti sulle panchine della piazzetta davanti alla parrocchia. Alla cerimonia funebre, partecipò anche la Regione Lazio” per rendere omaggio ad un uomo semplice, presenza costante al fianco degli umili”, annunciò il vicepresidente Massimiliano Smeriglio, già mini-sindaco del rione, aggiungendo commosso: “Buon viaggio Padre, la Garbatella e la città di Roma ricorderanno per sempre il prete burbero venuto dal Nord”.
“Amava parlare passeggiando tra la terra ..nel suo orto…tra i boschi.. sulla strada.. e ora sono certa che coltiverà amore per tutti nell’orto del Signore…”, scrive Valentina su Facebook. “Ciao padre Guido…i ricordi si rincorrono…le interminabili partite…le preghiere…le pulizie.., mi hai insegnato ad amare le stelle, la luna…da oggi quando le guarderò ce ne sarà una tutta tua…grazie per tutto quello che hai dato a me e a tutti noi della Chiesoletta”, aggiunge Pasquale e poi ancora Carmela “Ciao padre Guido … rimarrai sempre nei ricordi ti chi ti ha conosciuto. Con la tua semplicità hai dato tanto ai ragazzi!!! Senza di te la Garbatella sarà un po’ diversa … ma tu sarai sempre vivo in tutti noi”. E poi ancora Flavio, Tiziana, Ruggiero e centinaia e centinaia di persone che lo hanno amato e apprezzato. la camera ardente fu allestita all’interno del teatrino dell’oratorio e fu meta continua della gente che lui amò. I funerali furono celebrati il giorno dopo alle 11.30 nella parrocchia del San Filippo Neri.
Gli è stato intitolato il giardino dell’Oratorio davanti alla scuola media Cesare Baronio” e “La Congregazione dei padri Filippini ha deciso di raccogliere testimonianze scritte e orali, che potranno essere utili per un eventuale inizio della causa di beatificazione di Padre Guido, che non potrà avvenire, viene specificato, se non dopo 5 anni dalla sua morte”.

Esempio di affresco nelle catacombe di Commodilla.
Nel giardino pubblico (ex vigna Serafini) si trova l’ingresso delle catacombe di Commodilla, con una piccola basilica ipogea databile alla fine del IV secolo: un cimitero dipinto con scene bibliche (tra cui una curiosa immagine del Cristo orientale) e le effigi dei martiri santi Felice e Adautto.

Istituto per le Case Popolari di Roma, Lotto 12, fabbricato 6, il Cinema Teatro “Garbatella”, 1927-28, progetto Innocenzo Sabbatini. Veduta del fronte sulla piazza Bartolomeo Romano, foto Luciano Morpurgo 1930-1935.

Il Palladium.
La Garbatella ospita le attività dell’Università degli Studi di Roma Tre che ha una delle sue sedi nelle vecchie vetrerie ai piedi del quartiere, ed il teatro, il “Palladium”, un tempo cinema rionale chiamato “Cinema Teatro Garbatella” , oggi dinamico centro culturale. Ci accompagnavo i miei figli al “cinema”, ultimo film che vedemmo fu” Il tempo delle mele”. La Cesare Baronio, scuola privata per le medie. L’Università privata “San Pio V”, in via delle Sette Chiese. Inoltre vi risiede il liceo classico “Socrate”, e fino al 2003 accoglieva il liceo scientifico “Francesco Borromini”, ormai inglobato nell’Istituto Superiore “Ilaria Alpi” situato nel quartiere di Tor Marancia. Vi si trova anche la succursale dell’Istituto Professionale di Stato per la Cinematografia e la Televisione “Roberto Rossellini”.


La Scuola Elementare Statale Cesare Battisti con le Aquile Littorie ed il campanile traforato
L’intervento definitivo sulla “borgata giardino” avviene con la costruzione della Scuola Cesare Battisti in piazza Damoiano Sauli, sfondo di mille film e riprese televisive in tempi recenti come quelle della fiction i Cesaroni. Lo stesso Pasolini ambientò in questo quartiere alcune scene del suo romanzo “Una vita violenta”, in cui il protagonista uccide in un lotto della Garbatella un suo rivale chiamato “lo Shangaino”, poiché proveniente dalla confinante borgata di “Shangai”, ora Tor Marancia). Ancora, fu costruita la chiesa San Franceso Saverio. Sono presenti, in questi ultimi due edifici, i caratteri dell'”architettura di Stato”, con le aquile littorie intorno alla bella torre traforata della scuola, ed il portico, un forte richiamo alla romanità, che fa da ingresso a via Magnaghi.

Nel 1931 la Garbatella venne visitata dal Mahatma Gandhi.
Gli Alberghi, intorno ai quali sorsero trattorie e palestre di boxe in abbondanza, non furono mai un posto tranquillo per i fascisti e i loro simpatizzanti. Proprio da queste zone nei giorni delle bombe e della fame, partivano gli assalti ai treni alla stazione Ostiense (inaugurata il 26/7/1940 e fatta espressamente costruire da Mussolini per accogliere Hitler in visita a Roma) e furono in tanti a prendere le armi rischiando o sacrificando la propria vita. Molti dei loro nomi li ritroviamo oggi nelle targhe delle strade di Roma, a loro dedicate, quali martiri della Resistenza.
Questa è la storia semplificata del rione Garbatella. Ho aiutato la mia memoria nella ricostruzione, facendo un giro nell’etere, tra Vikipedia e altri siti. Qui, sono nata e vissuta per molti anni insieme ai miei genitori e, successivamente, con la mia nuova famiglia.
È il posto che amo di più al mondo e che odio di più, perché ho vissuto e sono stata spettatrice di numerosi drammi, miei e degli abitanti della zona. Ci ritrovo comunque le mie radici questo è vero; si dice fosse un quartiere povero, ma io dico, molto povero. Sembrava incastrasse i suoi abitanti come farebbe una prigione edificata apposta…o, almeno, così mi ci sono sempre sentita. Il rione perdeva la sua importanza storica, quando, la gente lo viveva in condizione di povertà, con i “giardini” non ancora definiti, polvere e terra battuta, la fatica di mettere insieme il pranzo con la cena, avere un vestito per l’inverno, ed uno per la stagione estiva…insomma si campava.
Erano tempi di case sbiadite con le facciate dipinte di un color giallo difficile da definire, perché spesso non era che polvere sporca, inodore e incolore. Le pareti dell’appartamento, “incartate”, con la complicità dell’intonaco, secernevano insetti: piccoli vermetti lucidi e veloci. Ne ero terrorizzata, ma di più lo ero dai numerosi bacarozzi che passeggiavano lungo l’ingresso, solo di notte. Qui, in un angolo, i costruttori, avevano instaurato un largo tubo che, partendo dai piani bassi, arrivava sino alle terrazze, attraversando ogni casa, ed era predisposto per accogliere un camino, come quelli delle case di campagna, se qualche condomino lo avesse voluto. Ricordo che nessuno lo fece, neppure coloro che di mestiere facevano gli operai edili. Cosicché, accertato che gli “insetti tenebrionidi”, vivevano in quei buchi, quest’ultimi furono chiusi con della calce. Non ne vedemmo passeggiare mai più neppure uno. Palazzi di pochi piani, senza ascensori e senza balconi che non erano affatto necessari, poiché i cortili, sostituivano egregiamente genitori, asili nido e Baby Sitter: improbabile figura lavorativa tra i casamenti, data l’enorme povertà della gente. Questi cortili, dunque, regalavano qualche valore in più, coadiuvati dall’Oratorio della Chiesoletta di Padre Guido, sottraendo anche alla solitudine dell’appartamento la beata gioventù che giocava e socializzava serenamente. Dopo la scuola, i ragazzi, ognuno con i propri camici tutti uguali per non mostrare il grado di povertà delle famiglie, tornavano a casa, posavano la cartella con i libri e pranzavano in fretta per l’urgenza di riunirsi in codesti cortili, affollandoli di corpi, grida e risa. Il paradiso dei ragazzi, sempre e comunque, sorvegliati dalle famiglie che, si affacciavano alla finestra. Loro, erano i figli di tutti, ed il cortile diventava una comune.
Nelle case rimanevano le cosiddette “regine del focolare”. Termine particolarmente antifemminista che le donne ignoravano non avendo neppure il tempo di filosofare…questo, è arrivato un poco più tardi. Le donne, dunque, si occupavano dell’organizzazione pratica della loro casa, della famiglia e, soprattutto, dell’economia. Il lavoro scarseggiava per l’uomo, figuriamoci per la donna, a meno che, quest’ultima, non avesse intenzioni e desideri diversi da quello del formarsi una famiglia. Alcune arrotondavano lo stipendio dei loro uomini, servendo nelle case di gente facoltosa dove crescevano altri bambini oltre i loro. C’erano donne che si sposavano avendo già un proprio mestiere insegnatogli quando erano ancora molto giovani da genitori più accorti o altre ancora che, comunque, contribuivano in qualche maniera al proprio ménage familiare, perché, già da allora, uno stipendio non era sufficiente se poco poco si volevano anche far studiare i figli, oltre che sfamarli. Solo in questo modo, il livello culturale, poté crescere.
Infatti, tra la gente cosiddetta normale, gente che tutti i giorni svolgeva un lavoro umile perché lo faceva a mani nude, gente che era appena arrivata in città lasciandosi alle spalle il mondo contadino, nel quale mondo non vedeva futuro né per sé né per la famiglia, di cultura non ne parlava proprio. Erano sufficienti quei cinque anni della scuola elementare, per i fortunati…ricordo che taluni uomini si sentivano molto colti già dalla terza elementare, uno di questi era mio padre. Naturalmente, non mancavano coloro che frequentavano la scuola dell’obbligo e poi si laureavano. Padre Guido, che cito regolarmente data la sua attiva partecipazione alla vita del quartiere, ha aiutato tanti ragazzi anche nello studio. Certo, non poteva salvarli tutti sia dall’ignoranza che dalla delinquenza. Ma parliamo comunque del periodo successivo all’insediamento della gente nel quartiere. I figli erano sempre considerati un dono di Dio, anche se non era lui ad occuparsene, per chi non crede, per quelli come Padre Guido invece, Egli contribuiva abbondantemente. Dopo Lui, c’era il libero arbitrio., ed i sacrifici erano all’ordine del giorno. Si faceva economia, ma non sempre funzionava: i bisogni crescevano pari passo alla crescita sia dell’umanità, sia all’evoluzione della società. Anche a scuola, l’economia, era inserita come materia scolastica ma, il più delle volte il libro non si apriva nemmeno, cosicché, alla fine dell’anno, si era solo comprato, speso soldi inutilmente. Oggi sembra che tutto ci sia necessario. Abbiamo le case piene di oggetti anche se non li usiamo, la “sindrome della materialità”.
La Garbatella era ancora in via di evoluzione con case senza porte e finestre, cantine, qualsiasi “buco da tana”, era buono da occupare per soddisfare il bisogno della gente di ricostruire la propria vita con un tetto sulla testa e pensare poi ad una famiglia. Queste occupazioni così, alla rinfusa, creavano situazioni spiacevoli in cui, molti appartamenti, si ritrovavano con due famiglie all’interno. Una situazione simile capitò anche ai miei genitori. Si chiamava “coabitazione”, così si viveva. Ci vollero delle regole per far fronte a questa nuova situazione: molta civiltà, ma spesso, si creavano spiacevoli liti anche superficiali.
Ogni famiglia aveva l’uso della cucina e del bagno, per i bambini c’era il corridoio: ci trascorrevano le ore giocando con il vasetto incollato al sederino. Ci si spostavano anche insieme, quasi fossero nati con un’appendice al corpo, le gambe sempre addormentate per la posizione. Appartamenti quasi sempre da tre camere, dato che i miei avevano una sola figlia, vivevamo tutti e tre nella stessa camera da letto. Le altre due stanze erano per l’altro nucleo, con tre figli e uno zio. Insomma, erano case super affollate. Le stanze geometricamente quadrate e, per chi lo aveva, l’armadio entrava perfettamente a ridosso della parete, per cui, per chiudere la finestra, non si doveva saltare sul letto, come accade oggi nella maggioranza degli appartamenti! Sembra non ci sappiano più fare con la geometria. Non erano tempi di mobili, no. Non erano tempi neppure della cosiddetta “dote”, che le donne, per cultura, erano solite portarsi dietro il giorno del matrimonio. La povertà era enorme, ma qualcuna ci riusciva. Gli oggetti, i capi d’abbigliamento e quant’altro, si conservavano nelle buste di plastica del mercato,. Se ne posava una ai quattro angoli delle stanze, o sotto il letto. Mio padre ne usava anche per andare al lavoro, lui sempre con una busta di plastica in mano. Ci conservava il giornale e le sigarette: le Gauloises, una marca francese. Erano orribilmente forti. Una volta, da grande, provai a fumarle ma, alla prima tirata, sentii il fuoco in gola, non mi spiegavo come facesse lui. La gente era molto dignitosa nella propria condizione di estrema povertà, ma proprio questa era spesso causa di litigi e mettiamoci anche le città diverse da cui si proveniva, con culture e modi di fare diversi da quelle dei romani che, in fondo hanno sempre mantenuto un non so che di superiorità, le risse erano numerose, sia tra gli uomini che dalle donne. La romanità delle persone, a Roma, era sacra come la città stessa per i romani. Ricordo che la mia nonna paterna, fu premiata con una medaglia attestante la sua romanità che contava le sette generazioni. Fu moto di orgoglio per lei. Al di là di queste piccole, strane soddisfazioni, non avendo null’altro, le rivalità tra ceti sociali erano piuttosto numerose e la gente dava loro, un’importanza eccessiva contribuendo negativamente alla vita di tutti i giorni. Impiegati contro operai, c’era la guerra, una guerra tra culture, eppure tra gente simile in quanto, se una persona si esprimeva con un italiano quasi esatto e l’altro in dialetto ormai inesatto, dov’era l’enorme differenza? Mostravano un orgoglio, ed una superiorità incomprensibile per me. Anche nella sessualità si notava un’enorme differenza: gli uomini con mogli sempre gravide, sfogavano le proprie pulsioni con delle prostitute, gli altri si ubriacavano. Ambedue le categorie tornavano a casa violente. I sensi di colpa li accumulavano. Mio padre, ad es. era sempre ubriaco, già dal mattino. Sentivo dire che era stata la guerra ad insegnargli a bere alcol perché questo era l”unico rimedio usato per qualsiasi cosa: una ferita, un dolore qualsiasi, addirittura per le pulci che i corpi dei soldati ospitavano. Certo, in famiglia con questo grande problema non si poteva vivere e separarsi neppure. Intervenne mio nonno materno a cercare un qualche antidoto, e lo trovò. Un medico compiacente gli prescrisse l’antidoto: un farmaco che non si poteva vendere senza la ricetta del medico, non ne ho mai capito bene il motivo: perché le persone dovevano decidere da sole e non si poteva imporgli qualcosa senza che ne fossero a conoscenza o perché faceva male all’organismo. Io ero per la prima ipotesi. Dunque, questo medico scrisse sulla ricetta: Antabuse. Non l’ho più dimenticato. Questo farmaco, di sicuro aveva il compito di interagire chimicamente, all’interno del corpo di mio padre, provocandogli una forte nausea ogni qualvolta ingeriva anche soltanto una goccia di vino. Era diventato compito di mia madre scioglierne una pillola nel caffè del marito e costui, non si spiegava come, da qualche tempo, il caffè, appunto, avesse un sapore cattivo e riempiva la tazzina di zucchero ma non s’addolciva mai, aveva sempre una punta amara. Io ero terrorizzata che mio padre si accorgesse del segreto, perché, se l’avesse scoperto, le avrebbe sicuramente fatto del male.
Piccole, innumerevoli società patriarcali. La gente non aveva grandi bisogni se non quello di sopravvivere agli eventi.
L’estate si comprava il ghiaccio all’anidride carbonica. Io non ce la facevo neppure a guardarlo perché non riuscivo a sopportarne il pungente, puzzolente odore. Sempre in estate, quando l’acqua del rubinetto raggiungeva i 60°C, si era costretti a cercarla altrove. Fortunatamente, uno dei famosi Nasoni, l’acqua dei romani, dimorava proprio davanti al nostro cancello, quindi era sufficiente attraversare il cortile e un piccolissima strada per riempire i fiaschi e le brocche del liquido freschissimo. Acqua buona, che dissetava, non come oggi che deve frizzare, ma alcuni adoperavano comunque la famosa “Idrolitina”. Una miscela di bicarbonato di sodio (E500), acido malico (E296) e acido tartarico (E334), tutti in forma di polvere. Questa miscela è stabile in assenza di acqua, mentre in presenza di essa gli acidi malico e tartarico forniscono l’acidità necessaria per idrolizzare lo ione bicarbonato, liberando anidride carbonica che si sviluppa come gas, conferendo all’acqua l’effervescenza desiderata. Io ero addetta al rifornimento dell’acqua nelle giornate più calde. Quando riempivo la brocca, camminando verso casa, l’acqua si perdeva sulla terra per buona parte, al ché, cominciai ad usare i fiaschi e i boccioni. C’erano due negozi di alimentari ai lati della fontanella, il destro vendeva poco, quello a sinistra invece, avendo anche il forno a legna, si riempiva di gente per comprare pane fresco e poi approfittava per comprare anche altro. Ezio si chiamava. Erano lui e la moglie. Hanno fatto i soldi con quel buco di negozietto. Ci sapevano fare con il commercio, nel senso che ciarlavano sorridendo con tutti e la gente c’andava volentieri, ma, non è tutto oro quello che luccica, mi diceva sempre la mia mamma. Infatti, il negozio era piccolo anche perché, la metà, se la prendeva il forno e dunque i magazzini dovevano essere collocati nelle vicinanze. Loro guadagnavano tanto e reinvestivano molto di questi soldi nel ricomprare alimenti con i quali riempivano di nuovo i magazzini. Poi, quando i prezzi dei prodotti aumentavano, li rimettevano in commercio sempre tramite questo loro negozietto. Praticamente compravano a prezzo corrente e vendevano a prezzo del momento, anche dopo uno o due anni circa dando maggior valore ai loro prodotti che, invece, valevano molto meno. E non c’erano scadenze sui prodotti. Una volta andai a bere alla solita fontanella. Prima di me c’era il fornaio che doveva riempire un secchio d’acqua da usare per il pane. Il secchio era posto sotto il rubinetto, ed io mi misi ad aspettare. Il fornaio mi disse: bevi se devi, tanto l’acqua mi serve per impastare il pane. Io non bevvi e me ne andai. Mia madre fu costretta a fare il pane in casa se volevo mangiarlo. Al fornaio invece, quante volte andavo a riportargli farina, zucchero e quant’altro perché pieni di bacarozzetti. Anche da queste piccole cose, imparai a capire la gente e il vivere comune. Oggi, la fontanella l’hanno tolta, ed è un vero peccato, sia per la bellezza che per i ricordi.

La fontanella davanti al cancello del mio condominio, il “Nasone”.
Erano tempi di ricostruzione dopo una lunga guerra che ci aveva lasciati più poveri di quanto già non lo fossimo e disperati per le numerose perdite umane. Sacrifici di giovani che regalarono le loro vite secondo ideali che neppure comprendevano e che, soprattutto, non coincidevano con quelli loro. Ogni famiglia contava almeno un lutto. Dopo la morte di Mussolini e l’entrata degli americani, l’adrenalina si impadronì dei cervelli della gente regalando positività spesa nella voglia di ricostruire un paese intero da quelle macerie. Io non conobbi la disperazione della guerra, ma la vita ci accontenta sempre per le difficoltà e la drammaticità dei giorni da vivere, così, oltre a quell’inferno, si dovettero affrontare anche le malattie. Una delle più brutte fu la “Poliomelite”, che colpiva non pochi bambini. Ne fu vittima una mia zia, purtroppo e toccai con mano le sue sofferenze. Mi ricorda la canzone di Fabrizio de Andrè: “il malato di cuore”, presa dell’album “Spoon River”:
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al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.
Sul pianerottolo del mio appartamento, se ne affacciava un altro, ed in questo ci abitava una famiglia che dovette sopportare la stessa malattia tramite la nascita del loro terzo figlio, finalmente maschio dopo due bambine. L’aveva contratta al primo anno d’età, quando già iniziava a camminare. Divenne il mio amico più caro, ed io lo portavo in braccio per farlo partecipare ai giochi con gli altri bambini. Sua madre, donna splendida e intelligente, comprese quanto il suo cuore non sarebbe stato in grado di sostenere il destino del figlio malato e isolato negli ospedali. Così intraprese una lotta in famiglia, specie con il marito che, invece, con sicuro dolore, non vedeva vie d’uscita per questa creatura, se non quella di trovargli un centro ospedaliero che si occupasse di bambini con questi problemi, in più, guardandolo ogni giorno, dentro se stesso, avrebbe evitato di mettere in dubbio la propria virilità: era il vero motivo per nasconderlo. Presa dal grande amore, la donna invece, si diede un gran daffare senza mai arrendersi agli eventi negativi e gioendo ad ogni impercettibile successo seppur vedeva solo lei e lo condivideva con il figlio. Continuò sì ad accompagnarlo negli ospedali, ma soltanto per le varie visite obbligatorie e per testare nuovi farmaci. Tutto inutile perché, Mauro, avrebbe potuto camminare solo con un busto e muovere le braccia con appositi esercizi, seduto su di una sedia a rotelle. E così fu. Intanto sua madre e le sue sorelle, lo aiutarono a socializzare con gli altri bambini giocando con loro, ed organizzando festicciole dove tutti erano invitati. I bambini lo trattarono come uno di loro, non risparmiandogli nessuna fatica e senza deprimerlo con la pietà per la sua malattia, perché, loro, non la vedevano davvero, non sono come gli adulti che emarginano. Per i bambini tutto è ciò che è, senza se e senza ma, loro accettano e basta. E la mamma vinse la sua battaglia. Quando Mauro crebbe, gli fece trovare un regalo nel cortile: una specie di carrozzina elettrica da poter guidare con le mani. Era più che altro una moto adattata alla sua condizione e, per metà, somigliava ad una delle prime auto che si cominciavano a vedere nel quartiere. Così si svolse l’infanzia di Mauro, molto più bella di tanti altri bambini sani. Andava anche al mare con i suoi amici e lì si vedeva l’effettiva condizione di malato e, anche diventati tutti grandi, ormai Mauro era uno di loro e addirittura si innamorò ricambiato di una ragazza, la sposò, ed ebbero due bei bambini sani. Credo che, la donna, abbia davvero una marcia in più nei confronti degli uomini, specialmente quando si tratta dei propri figli e questa signora è stata eccezionale, io l’ho sempre ammirata. Intanto, la medicina, sviluppò un vaccino per questa malattia, ma molti non fecero in tempo ad usufruirne. Fu merito di un medico virologo polacco, Albert Bruce Sabin, nella metà del secolo scorso: «Tanti insistevano che brevettasse il vaccino, ma lui non volle. È il mio regalo per tutti i bambini del mondo», rispose. Di lui, oggi non ci si ricorda neppure il nome, ma rammentiamo quello di coloro che non ci riguarda e che la nascita della televisione ha fatto conoscere alla gente. Cantanti mediocri, ed i cosiddetti “vip”, il pettegolezzo. Le società di ogni paese si evolvono e non so dire se in meglio o in peggio. Di una cosa sono certa, che ogni lingua dovrebbe rimanere fedele a se stessa senza ospitare vocaboli di lingue altrui. Non ci dovremmo mai dimenticare della bellezza della nostra lingua e della nostra cultura. C’è un aneddoto che mi ha sempre fatto ridere: “l’italiano parla; il francese canta; l’inglese tossisce; il tedesco scatarra”.
Erano tempi di scarso cibo, di piatti poveri, che, se ordinati oggi al ristorante, li pagheremmo una fortuna. Gli abiti si lavavano a mano la sera e si asciugavano accanto ai bracieri o sulle stufe per indossarli nuovamente il mattino successivo. Erano confezionati con stoffa di cotone pesante che oggi non si produce più. Si è dato troppo spazio alla confezione e questo ha distrutto tanti posti di lavoro e, cosa gravissima per me, si è distrutto molto della bellezza che c’era negli abiti di allora, anche in quelli più poveri. Oggi è difficile trovare boutique, a meno che non si frequenti una società ricchissima, dato che è scomparsa quella di mezzo. Le stoffe sono finte, il prezzo molto basso e ogni negozio ha le fattezze dei mercatini, non c’è nessuna differenza.
Erano tempi di intimo lavorato ai ferri dalle mamme con pura lana di pecora. Queste maglie pungevano e torturavano la gente. Ricordo che mia madre me le faceva indossare anche d’estate perché, affermava, tamponavano il sudore contrastando le correnti d’aria. Io sembravo un concentrato di tic, mi prudeva ogni centimetro quadrato del corpo. Anche i costumi per i bagni al mare erano confezionati alla stessa maniera e con lo stesso materiale. In fondo, il moderno, da una parte ci ha salvati e dall’altra ci ha disabituati alla bellezza.
L’inverno, era davvero freddo allora, come il caldo era davvero caldo. Le stagioni facevano bene il loro lavoro. Quando si andava a dormire, le lenzuola erano bagnate, per l’alta percentuale d’umidità nelle case, perché non c’erano riscaldamenti Per ovviare, si inserivano degli scaldaletto sotto le coperte. In casa mia si usavano le borse d’acqua calda, ed io, puntualmente, le spingevo giù fin sotto i piedi. Questo fare, provocava spesso i geloni sulle estremità degli arti. Qualcosa che mi piaceva invece moltissimo invece, ed eccitava noi bambini, era quando i bracieri si accendevano la sera nel cortile. Ognuno per ogni famiglia. Si raccoglievano piccoli legnetti e si mettevano attorno ad un grosso ceppo. Si incendiavano e tutti questi contenitori illuminavano i cortili a giorno scaldando anche l’aria attorno. Mentre aspettavamo che i fuochi si calmassero e diventassero brace da portare poi negli appartamenti, i bambini festeggiavano, gridando allegri.Era una magia.Una volta in casa, il loro utilizzo non si fermava a scaldarci ma anche per asciugare la biancheria.
Erano tempi di bambini a scuola la mattina. Vestiti tutti uguali con la divisa azzurra e il fiocco bianco al collo, camminavano come dei soldatini,. Nessuno avrebbe provato disagio o vergogna per il tipo di abbigliamento che nascondevano sotto il grembiule. Stracci o i bei vestiti non si vedevano, ed il bullismo…boh, non ne ho sentito parlare che in tempi moderni. Prima di entrare nelle scuole, le mamme, compravano compravano la merenda ai loro figli. C’era il cibo di strada, intorno alle scuole c’erano queste persone sedute sui banchetti con un braciere davanti sempre acceso con brace fresca e, a terra di lato, sacchi di juta contenenti il cibo da cucinare. Vendevano cartocci di caldarroste arrosto e castagnaccio. Io preferivo quest’ultimo. Oppure si andava al bar di fronte la scuola per comprare un cornetto, o tranci di pizza. Naturalmente non accadeva tutti i giorni perché, le mamme, incartavano panini ripieni con gli avanzi della cena della sera precedente, di solito frittate. E l’ora di ricreazione era un’ora “unta”.
Era anche tempo di pane e formaggino di cioccolata con le nocciole, avvolti da carta dorata. Questa era merenda che distribuivano all’Oratorio della Chiesoletta quando si andava a vedere un film che trasmettevano un paio di volte alla settimana. A casa, invece, la merenda consisteva in fette di pane umido sfregato con pomodoro e condito con olio e sale, o anche senza pomodoro ma soltanto con olio e sale: la cosiddetta “panzanella”…la versione dolce era con olio e zucchero. Carne una volta a settimana se andava bene, ma non bistecca, in genere si comprava il pollo….il resto era vegetariano. Oggi ci nutriamo di cibo spazzatura. Erano tempi dunque, bei tempi! Se non altro perché eravamo giovani e pieni di fantasia e fiducia nel futuro. Pensavamo chissà che bella vita avremmo vissuto, ed in conto non ci mettevamo il destino o cosa lo sostituisse. C’era così tanta energia tra le persone e tanta di quella voglia di ricostruire la società lasciando ai figli che avremmo potuto avere un mondo fantastico. Era per questo che si procreava, per regalare tutti quei bei sentimenti anche ad altri, non era giusto che ne fossimo i privilegiati.
I pomeriggi nei cortili, saltavano in caso di pioggia. Allora entrava in gioco la parte bassa delle scale dei palazzi. Là dove erano ospitati i locali delle cantine, delle quali, di sera, noi bambini, eravamo terrorizzati, perché, si diceva, ci abitavano i mostri. La fantasia galoppava e il buio spaventava.
In questi casi, i bambini della mia scala, presero l’abitudine di usare il corridoio avanti alle porte delle cantine, come un vero teatro. Così, il posto dei mostri, di giorno, si trasformava in un set, dove si mettevano in scena delle commedie e la notte tornava ad essere la loro dimora.
Nei miei ricordi, c’è una commedia musicale che veniva recitata spesso, era questa:
Il titolo e poi il testo:
“Dove vai bela fantina”, di “Canzoniere del Progno”.
Dove vai, dove vai bela fantina
Dove vai, dove vai bela fantina
vado a prender l’acqua per bere e cucinar
vado a prender l’acqua per bere e cucinar.
vado a prender l’acqua per bere e cucinar
vado a prender l’acqua per bere e cucinar.
Mi daré, mi daresti un bichier d’acqua
Mi daré, mi daresti un bichier d’acqua
io non ò la tassa né chicara o bicér
e per dar da bere a voi mio cavalier.
io non ò la tassa né chicara o bicér
e per dar da bere a voi mio cavalier.
Bevirò, bevirò nela tua brochetta
Bevirò, bevirò nela tua brochetta
o che bel gusto o che bel piacer
nel dar da bere a voi mio cavalier.
o che bel gusto o che bel piacer
nel dar da bere a voi mio cavalier.
Se saré, se saresti un po’ più grande
Se saré, se saresti un po’ più grande
io ti portarìa in gropa al mio caval
in giro per il mondo sensa più tornar.
io ti portarìa in gropa al mio caval
in giro per il mondo sensa più tornar.
Erano tempi di lavoro duro, i genitori si alzavano molto presto la mattina. Mio padre alle quattro e mezza, era già alla fermata del primo autobus per recarsi al lavoro; mia madre preparava, il mattino presto, un sugo per il pranzo che faceva cuocere per ore. Usando la solita pentolina, ci metteva dentro ciò che aveva in casa: un tanto di sugo o pomodoro fresco a seconda della stagione, aglio, cipolla, prezzemolo, carota, sedano e prezzemolo, a volte basilico, accendeva la fiamma del gas e la manteneva bassissima girando il pomello al contrario e se ne andava al mercato rionale. Mai chiedeva ai vicini qualcosa che le mancava, lei adoperava solo quello che aveva nella dispensa. Poi era il mio turno. Mi preparavo per andare a scuola senza fare colazione dato che l’odore forte del sugo si infilava nelle mie narici e non mi abbandonava, impossibile ingoiare latte e biscotti. Da allora ho preso l’abitudine di non fare colazione. Talvolta, ancora lo sento quell’odore.
Il mercato rionale si trovava proprio dietro l’angolo del palazzo. Un altro, “il mercato coperto”, confinava con l’ex cinema Palladium. Qui, la mamma, ci andava quando voleva camminare e fare una passeggiata. Era una grande camminatrice…ma penso lo siano stati quasi tutti in quel periodo, per necessità: gli autobus non passavano mai…come oggi d’altronde e le auto erano privilegi di pochissimi.
Naturalmente, quando la mamma tornava a casa, il sugo era diventato una conserva, si tagliava con il coltello, ma non l’ha mai bruciato.
Erano tempi di mare pulito. Si raggiungeva con molta fatica. Il trenino verso il litorale era sempre molto affollato e le borse pesavano. Quando arrivavamo, non era ancora finita perché si doveva raggiunge lo stabilimento, un bel camminare con bagagli sulle spalle per raggiungerlo e, naturalmente, il nostro, era uno degli ultimi. Poi però, la ricompensa: merenda con pizza bianca ripiena di fichi, io ci andavo quasi solo per questo lusso. Si apriva l’ombrellone e si sistemavano gli asciugamani sulla sabbia, poi si procedeva alla preparazione della merenda: pizza bianca, fichi e…granelli di sabbia che scrocchiavano sotto i denti. Ma era tutto bello, il mare e le spiagge pulite. Io non sapevo nuotare, ma qualcosa avevo imparato, ed ero convinta che solo l’acqua del mare potesse tenermi a galla perché era più pesante di quella delle piscine, perché conteneva sale. Oggi, lo stesso mare, ha l’acqua calda e non ci trovo nessun gusto ad entrarci. Nel periodo della mia giovinezza ci si prendeva tempo per entrare nelle acque freddine, oggi la temperatura è uguale fuori e dentro…che gusto c’è? Ero una bambina alquanto incosciente e, senza saper nuotare, mi sdraiavo sul materassino di gomma e con le mani, a mò di remi, mi allontanavo dalla riva fin dove non si toccava e spesso sentivo la mamma chiamarmi. Aveva sempre un fazzoletto legato in testa per il terrore dell’insolazione…io non ascoltavo, immersa com’ero a godere del sole e con le mani nell’acqua fresca la godevo quando il caldo diventava insopportabile. Poi tornavo a riva e mi beccavo la solita strillata. Mi sdraiavo sull’asciugamano al sole e mi addormentavo. Naturalmente mi bruciavo la parte del corpo esposta al sole e, tornando a casa, persino il vestito leggero, mi dava fastidio alla pelle. Mia madre mi spalmava sulla bruciatura, olio e acqua che cercava di emulsionare sbattendo gli ingredienti con una forchetta. Mi sollevava dal bruciore.
Il ritorno a casa era identico a quello dell’andata, non cambiava nulla. Solite fermate che ci facevano sprecare tanto di quel tempo. Io ero abbastanza piccola e molto ingenua. Avevo l’abitudine di stare sempre vicino al finestrino, che fossi seduta o in piedi. Ad ogni fermata del treno, vedevo la gente scendere e, convinta che, quel treno, esisteva esclusivamente per raggiungere il mare, mi convinsi, che c’erano altri mari ai piedi di ogni scala, un mare per altre persone. Stranezze che, la notte, materializzavo frequentando quei luoghi: scendevo le scale e mi trovavo davanti ad un enorme schermo cinematografico che trasmetteva esclusivamente scene marine, talvolta ci pioveva, altre volte era bel tempo e le sedie erano sabbia. Le acque mosse mi facevano paura. Incubi! Tutto questo durò per anni.
Mio padre era un dipendente dell’Atac, società di trasporti urbani, per questo potevamo usufruire delle strutture dello stabilimento. Molti uomini del mio quartiere ci lavoravano, così capitava di incontrarci spesso. Quando crebbi, andavo al mare con i figli di costoro, amici, e senza i genitori. Soltanto noi giovani. Avevamo fatto amicizia con il nipote del direttore dello stabilimento, il privilegio consisteva nell’avere orari diversi da quelli delle altre persone. Potevamo trattenerci fino alla sera e vedere il tramonto. Talvolta si andava ad ascoltare la musica, gratis, al juke-box che si trovava proprio sotto la direzione e vicino al ristorante. Quando imbruniva, ci sedevamo sul bagno-asciuga e giocavamo a farci colpire dalle piccole onde che si sdraiavano solitamente sulla sabbia bagnata, e poi sulle nostre gambe, oppure giocavamo a” filomè, son le tre, io sto sempre accanto a te, accanto a te, sul sofà, a che fa, a fa ndringhete, ndringhete, ndrà”. La filastrocca era accompagnata dal movimento dello zoccolo: ognuno lo passava alla persona alla sua destra, a tempo, come se ci fosse una musica. Poi la filastrocca diventava sempre più veloce, tanto che qualcuno si perdeva lo zoccolo e gli aspettava sempre una punizione: il bacio era tra i più gettonati, di solito accadeva tra ragazzi che si piacevano, con tanto imbarazzo. Oppure si tenevano da parte i noccioli delle pesche, dovevano essere cinque senza polpa e asciutti. Ci si giocava durante la fine del pomeriggio, sulla sabbia. Le mani affondavano e facevano volare i noccioli, prima uno, poi due e così via, con una sola mano. Lo trovavo divertente. Similmente si giocava con gli Shanghai, in gergo erano i “zeppetti”. Anche questo mi piaceva perché, sempre si affondavano le dita nella sabbia e quindi si estraevano i bastoncini senza dover muovere gli altri.
Erano bei tempi…tempi di gioventù, di bellezza, di un tempo futuro che pensavamo eterno, in cui si sognavano le vite più belle e affascinanti. Sognavamo l’amore quello che sarebbe durato per tutta la vita. Fantasie giovanili…ma anche i maschietti lo sognavano.
Invece ora, mi pare sia tutto un bluff.
(Maria Celeste Cipolla)


