Abitudine

Disegno grafite. (M.C.C.)
Cerco una pace, una pace interiore che mi permetta di comunicare
con me stessa,
in codesto rifugio dove in completa solitudine vivo,
duramente.
Mi affaccio alla finestra, ed una piccola montagna,
m’incontra,
con i suoi alberi e radici invisibili affossate nella terra,
per trattenerli.
Sembra volermi parlare, ma non s’impone schiacciandomi
come fa la città.
Il cielo qui, ha tante tinte, si colora secondo le occasioni,
come fosse una donna,
cambiando vestito al mattino, al pomeriggio o alla sera,
elegante o sportivo.
Una concentrazione di nuvole appare di lassù, qualcuna
è gravida, altre lucenti,
spesso tuonano, ed i lampi velocemente concorrono a
spezzare l’azzurro,
come le opere di Fontana quando il taglio,
ci mostra un lato nascosto.
La gente silente nella quotidianità, si accende durante le feste
insieme ai temporali estivi,
e fuochi d’artificio, disegnano nel cielo forme affascinanti
colorando il buio.
Talvolta ce ne sono di diurni e il rumore copre il silenzio
parlandogli sopra.
Altezze e pianure, un sali e scendi che si ripete anche
sulle strade faticando il cammino.
Il cimitero, una chiesa, immancabili in ogni insediamento,
a voler correggere l’umanità
ma non vedo un soccorso per aggiustare i corpi,
né un ritrovo che rallegri le anime.
Al centro, un fantastico castello medievale, dei Ruspoli,
depredato dagli stessi, ora c’è il vuoto,
ed una fila di quadri generazionali sui primi due piani,
in alto mura cadenti,
in basso un grande giardino custodisce limoni e cedri,
a terra e nei vasi, il profumo inebria l’olfatto,
i gialli accesi, ed i verdi fogliami consolano la vista,
accanto agli alberi scuri.
Niente fiori, ché, terminò l’amore per farli crescere,
appaiono recisi solo per feste e funerali,
ora si rifiutano di nascere e di annunciare le stagioni,
perciò, solo triste plastica.
È un ricominciare lento il mio, nelle piccole, grandi passioni
che mai mi abbandonarono,
neppure dopo il lungo intervallo, cui i numerosi eventi, mi
rabbuiarono l’esistenza.
Talvolta, la disperazione è un limite, mi mostra un tempo tardo,
nel quale misuro il mio deserto,
incastrata tra il rifiuto della vita, ed il desiderio di essa,
vado, in compagnia dell’ombra,
ma l’abitudine mi ammala come fosse un altro cancro,
odio le cellule impazzite,
senza sintomi, manifestano la vigliaccheria lenta e universale,
allora, il coraggio viene meno.
Odo il rumore dei primi giorni nel ritorno all’abitudine,
bisogno di voci, di chiasso,
sono fermenti raccolti dalla mente, chiusi nella scatola
e nascosti nel rifugio.
Devo alimentare questo minimo coraggio, come fosse un corpo,
come un medicamento,
dopo schiaffi e pugni in faccia, paio un cencio consunto, reduce di guerra,
che disegnò cicatrici e rughe sul mio volto.
Il tempo scorre, ed io rimango debole di fronte ai conflitti,
mi ci vorrà una spinta,
ché, da sola, non riesco più neppure a camminare,
almeno una mano che mi guidi,
diversa da quella che fallì nell’accompagnarmi
verso il cammino
in questa vita già trascorsa.
(Maria Celeste Cipolla)
