Il cecio e la fava

Pittura Contry con colori americani su tavola di legno. (Maria Celeste Cipolla)
Uun bambiinoo, uunaa vooltaa, si era fatto male al ditino della mano e la mamma per curarlo…indovina un pòò? Gli ha fatto bere la ca-mo-mi-llaaa……….e ci ha messo anche duuue cucchiaini di zuuucchero…
C’era una volta un bambino che viveva con la sua famiglia in un paesino piccolo, ma talmente piccolo e lontano dalle grandi città, da non essere contemplato neppure dalla cartina geografica. Era molto povero e i genitori più lavoravano, più non avevano il becco di un quattrino. Quando arrivava l’inverno, la gente, era totalmente impreparata ad affrontarlo, ed il vento freddo non smetteva di soffiare. Sibilando veloce e gelato, entrava in quelle case regine di miseria con i camini sempre spenti, facendo da padrone e torturando le persone fin dentro le ossa che si ammalavano molto spesso. Alcune riuscivano ad arrivare alla stagione calda, ma, questa, non sempre ce la faceva a curarli tutti. Inutile dire che non c’erano medici in codesto, minimo insediamento. La gente provava a curarsi con le erbe che si tramandavano di generazione in generazione cercandole nella vicina foresta, ma, il più delle volte, queste, si comportavano come placebi. Venne un anno in cui l’inverno fu particolarmente pungente e tante persone non ebbero la forza di arrivare fino in Primavera. Ciò accadde anche in casa del bambino; la stagione mieté le sue vittime, ed i genitori e il fratellino, volarono in cielo lasciandolo solo al mondo. Il dolore per la perdita dei familiari fu tanto grande da farlo fuggire dal paese e rifugiarsi nella foresta. Si sedette sopra un sasso e pianse disperato per lungo tempo. Quando si quietò accettando la malasorte e gli occhi gli si asciugarono, si accorse che ai suoi piedi si era formato un piccolo, profondo lago, lì in mezzo al verde, frutto delle sue numerose lacrime. Ne furono felici i piccoli animali che divennero suoi amici, ma lui non se ne meravigliò accettandolo come un miracolo. Fu così che prese la decisione di non tornare mai più nel luogo che s’era portato via tutto ciò che di più prezioso aveva al mondo. Nel paese erano rimaste solo case disabitate con i topi che ci giravano indisturbati alla ricerca di una tana. Decise quindi di darsi alla macchia. Non aveva rimpianti o desideri di tornare nel mondo, di viaggiare e neppure di trasferirsi in un altro paese con un clima più mite. Aveva trovato la propria dimensione nella foresta. Aveva degli amici, la scuola non c’era mai stata nel paese, per cui non ne sentiva il bisogno, non aveva altri desideri che quello di trovare una pausa dal dolore. Non pensò più alla solitudine che sostituiva con quelle amicizie e neppure alla miseria perché la foresta gli mostrava tutto ciò di cui aveva bisogno. Un moderno Tarzan! Giocava, si tuffava nel lago per nuotare mentre gli animali lo seguivano, si nutriva con i frutti degli alberi che ne possedevano in gran quantità. Intanto, il tempo non si fermava e gli anni trascorrevano senza che se ne accorgesse. Presto diventò un bel ragazzo. La dieta e il movimento, gli diedero un corpo muscoloso, ed una libertà che lo rendeva felice in quella che ormai era la sua casa a tutti gli effetti. I vestiti, cominciarono a logorarsi e a non coprirlo più interamente, testimoniando i suoi cambiamenti: prima un bambino, poi un ragazzo, infine un uomo. Si dovette coprire con delle pelli prese da animali già morti. Divenne un bell’uomo, con lunghi capelli riccioluti e neri come la pece, lunghi baffi che gli incorniciavano il viso e la pelle era bianca come la luce che la luna emanava nelle notti in cui le nuvole erano vuote d’umidità e che, alla quale, confidava i suoi pensieri più profondi quando il sonno tardava a fare il proprio dovere chiudendogli gli occhi, anche questi neri e lucenti. Il suo corpo atletico e l’altezza superiore alla media, gli conferivano un’eleganza innata, tanto che, l’abbigliamento da cavernicolo, non era sufficiente ad imbruttirlo. Il cuore era gentile e sensibile ma non si faceva però troppi problemi se talvolta sconfinava nell’illegalità. Quando gli capitava di imbattersi in qualche cacciatore nella stagione apposita, egli, protetto dall’invisibilità acquisita nel corso degli anni, interveniva con uno strano linguaggio fatto di suoni imparati per comunicare con gli animali, li avvisava del pericolo e i cacciatori andavano via con la bisaccia vuota. Non ricordava più il suo nome e la sua data di nascita, era ormai un uomo senza tempo, libero e in sintonia con la natura. In fondo, non desiderava nulla che non fosse sopravvivenza e godersi la vita a contatto con il pianeta che lo ospitava. Ammirava tutto ciò che di bello, quest’ultimo, poteva regalargli. La libertà acquisita non l’avrebbe mai barattata con nessuno, tanto meno desiderava tornare tra la gente. Il suo vagabondare in questa immensa foresta, gli permetteva di raccogliere storie di genti sconosciute incontrate lungo il suo cammino, con alcuni delle quali, se gli aggradavano, si fermava a colloquiare, poi restituiva i racconti ad altre persone. Cosicché, questi diventavano semi trasportati dal vento in punti diversi del paese per poter germogliare e dar vita ad altre storie. Non avendo un nome, se ne inventava uno ogni volta che doveva presentarsi a persone di breve permanenza. Era affettuoso con tutti ma non scevro di una buona dose d’ironia. Non accennava a nessuno la tragedia vissuta nell’infanzia, questa, era ben custodita in una piccola parte del suo cuore e, ogni tanto, quando si sentiva troppo solo, oltre a confidarsi con la luna, si sdraiava sotto un albero in posizione fetale, coccolandosi con il ricordo della sua famiglia perduta. Quando il cielo era sereno, con il muso in sù, cercava tentava di ricordare i loro volti chiamandoli tra le stelle. Intanto, la sua presenza, cominciò a girare come un passa-parola da una città all’altra, limitrofe della foresta. Chi affermava fosse un fantasma, altri pensavano ad un uomo disadattato che si sottraeva al mondo reale, addirittura qualcuno che si nascondeva dalle autorità per il suo delinquere, ma la verità non la conosceva nessuno, facevano solo ipotesi e neppure chi l’aveva incontrato veramente sapeva dire chi fosse. Un giorno, sul suo cammino, incontrò un uomo ubriaco. Era talmente ciucco che camminava a stento appoggiandosi su qualsiasi superficie. Mentre avanzava, cantava e si vantava della sua bella collana di perle vere, bianche e luccicanti come brillanti ad ogni raggio di sole. La teneva in bella mostra sulla mano destra. L’aveva vinta giocando a poker nella solita serata con gli amici ma, avendo bevuto troppo, non connetteva, ed aveva confuso il viottolo che conduceva alla foresta con quello per la strada della sua casa. Il nostro protagonista vide la scena e non se la fece sfuggire. Maestro di espedienti, decise che avrebbe ottenuto il gioiello. Fermò il viandante con gentilezza e cominciò a fargli domande sull’oggetto esposto sulla mano destra. Il malcapitato si raccontò dicendo poi che l’avrebbe regalata a sua moglie. Il nostro Tarzan, approfittando della condizione di ebbrezza che non permetteva all’uomo di ragionare lucidamente, gli propose il baratto con la sua scatola di bottoni del colore dell’oro puro, affermando che erano autentici e che avrebbe fatto più bella figura con sua moglie dato il loro maggior valore. Infatti, il malcapitato, non si accorse di nulla e accettò, contento di aver concluso un affare tanto vantaggioso pensando fosse una serata fortunata per lui dato che aveva vinto per ben due volte e derise il nostro amico, mentre s’impossessava della scatola, poi si sedette e si addormentò. Il nostro uomo approfittò del sonno profondo del tale e gli rubò anche i vestiti lasciandolo in mutande. Passata la notte, alle prime luci dell’alba, costui rinvenne dal coma alcolico, si vide quasi nudo con una scatola di monete colorate di giallo in mano al posto della sua collana, capì di essere stato imbrogliato e chiamò i poliziotti. Ma del ragazzo non c’era traccia, egli era già fuggito a gambe levate, sfidando chiunque a raggiungerlo. Aveva corso talmente tanto da finire il fiato su di un prato lontano da occhi indiscreti. D’altronde, quei posti erano più casa sua che quella di chiunque altro. Ne conosceva ogni centimetro e poteva raggiungere qualsiasi nascondiglio in un attimo. E parlò alla luna pavoneggiandosi per l’impresa, poi vaneggiò frasi di scuse e giustificazioni per il suo gesto e per l’affronto all’ubriaco. Così, mentre le parole gli morivano in bocca, la stanchezza lo colse e gli chiuse gli occhi. Al suo risveglio, il sole era già alto nel cielo. Si alzò e scoprì di trovarsi accanto ad un ruscello lontano dal suo lago. L’imbroglio compiuto era già dimenticato. Nascose il gioiello in tasca e approfittò per darsi una bella ripulita gettandosi nell’acqua gelata che lo risvegliò dal torpore della notte. Si vestì di quei panni nuovi e s’incamminò verso la sua capanna. Durante il tragitto, pensò tra sé e sé che avrebbe dovuto avere un nome ora che era adulto e anche vestito bene. Cominciò a pensare ma non ne conosceva nessuno. Cioè, ne usava alcuni, a seconda del momento e se era proprio necessario, ma non lo distinguevano dai comuni mortali, lui si sentiva diverso. Aveva anche terminato quelli di scorta. Pensò alla sua Luna e volle rubarle il nome sicuro che non si sarebbe offesa, anzi. Decise di chiamarsi Luno. Era molto strano, se ne rendeva conto ma era l’unico degno di rappresentarlo. Cammina, cammina, gli animali lo seguivano sempre e lui ci si tratteneva a tratti. Arrivato alla sua capanna, si accorse del sentiero situato proprio lì accanto, solo un poco più distante. Lo aveva sempre visto, ma la folta vegetazione glielo rivelava più come un piccolo spazio di terra battuta con una folta vegetazione intorno che un viale. E non era molto invitante. Una debolezza questa, una paura inconscia che non avrebbe mai confessato a nessuno. Più la osservava, più gli sembrava l’inizio di una giungla. Fino ad allora, per lui, era parte del paesaggio. Non c’entrava per vari motivi. Primo, ne provava terrore tanto era buia, specialmente da bambino; poi non sapeva cosa avesse trovato oltre, magari qualcosa di spaventoso. Ma ora che era diventato adulto, non aveva più scuse, avrebbe dovuto affrontare l’ignoto. Bisognava solo mostrare coraggio a se stesso. Non sarebbe andato per cercare qualcosa, perché aveva già tutto. Sarebbe stato solo il piacere della scoperta dell’ignoto, dopotutto era prerogativa dell’umanità alla quale razza apparteneva avere anche lui il dono della curiosità. Così, una mattina qualunque, iniziò a mettere un piede dopo l’altro e si avventurò nel buio fitto, fitto della giungla. Buio profondo. Era il momento giusto per cominciare, qualche traccia di luce arrivava anche lì nel fitto della giungla e gli dava entusiasmo. Mentre camminava, si chiedeva, il motivo di questa avventura che stava iniziando, ma non si rispose, perché tutte le sue forze erano concentrate nella “falciatura” della vegetazione per potersi aprire un varco e proseguire. Ai suoi pensieri, ci avrebbe pensato in un secondo tempo. C’è sempre un momento nella vita, in cui si cambia e si varcano nuove frontiere, nuovi confini. Desiderava qualcosa di nuovo, ma non se l’era mai confessato. Ed ora il desiderio si stava avverando, la novità che mancava nella sua vita. Il viale, pianeggiante per lungo tempo, a volte saliva e si mostrava più faticoso, ma ci era abituato a forza di correre nella foresta. Dopo poco, tagliando continuamente le erbacce con la falce, rubata chissà dove, si ritrovò in una specie di oasi, una fermata, dove potersi riposare; nel proseguimento, ancora erba e rami da tagliare e strada in salita. Come scalare una montagna, pensò…e la scalò. Arrivato finalmente dall’altra parte, la vegetazione, fino ad allora fitta, divenne quasi inesistente, ed una grande montagna, si presentò davanti agli occhi. Luno, ne fu meravigliato, non se lo aspettava. Cercò di guardare bene da tutte le parti e gli sembrò di sentire lo scroscio dell’acqua. Si spostò e camminò verso quel rumore. Tutto d’un tratto vide un’enorme cascata che dava vita ad un grande fiume che scorreva veloce cercando il mare. Si pentì di non aver avuto prima il coraggio per affrontare quel sentiero e vedere tanta bellezza. Guardò con maggior attenzione. Sulla grande montagna, s’intravedevano delle case molto piccole, in armonia con il paesaggio, nel senso che non lo disturbavano con la loro presenza. Era un paradiso! Si avvicinò di molto e vide un paesino intero nascosto tra gli arbusti. Non l’avrebbe mai immaginato! Piccolo, ma talmente piccolo che quello d’origine lo ricordava come fosse una grande città in confronto e, anche questo, anzi, specialmente questo, non avrebbe potuto essere contemplato dalla cartina geografica. Era tutto colorato. Così tanto colorato che ogni casa era diversa l’una dall’altra, mura blu cobalto, giallo cadmio, rosso carminio, bianco di titanio, verde oliva, grigio polvere, rosso terra di siena bruciata…e via dicendo: una miriade di colori. Ricordava i quadri di un grande pittore come Paul Klee e nessuno si sarebbe meravigliato se l’autore fosse stato davvero lui. Dipingerlo per poi animarlo, nelle favole come nei sogni tutto è possibile. È questo il bello! Dopo l’iniziale meraviglia, ebbe un tale apprezzamento verso questa inimmaginabile bellezza, che volle riprendere il cammino nonostante la stanchezza per arrivare in cima il prima possibile. Dovette attraversare un ponte che univa una riva dall’altra del fiume proprio sotto la cascata: il paese era ben nascosto alla vista degli stranieri. Il ponte era curvo. La parte più alta si trovava proprio al centro, a destra e sinistra c’erano delle ringhiere nere ornate da fiori e sotto, scorreva un grande fiume che cercava il mare e nel tragitto, supportava d’acqua anche al ruscello in cui, Luno si era immerso. Contento di averlo scoperto, l’attraversò con entusiasmo e non fece caso agli schizzi d’acqua della cascata che gli bagnavano l’abito. Era molto stanco ma terminò di attraversarlo per trovarsi dall’altra parte il prima possibile, proprio ai piedi del paese. Giunto che fu nella parte opposta, cercò un sasso per sedersi e riposare prima di esplorare l’insediamento. Si tolse il cappello in segno di rispetto verso il luogo, si asciugò la fronte con il fazzoletto trovato in una tasca dell’abito nuovo e mirò e rimirò il paesaggio per trattenere ogni particolare nella sua mente. Era partito di mattina all’alba e ancora non era notte per cui potè vedere bene ciò che si presentava ai suoi occhi come fosse un enorme quadro. La strada “Terra di Siena”, era ricoperta quasi del tutto da ciottoli grigi e celesti. A volte verdi per il riflesso dell’abbondante vegetazione. Case colorate, come non ne aveva mai viste nel suo paese, sembravano dipinte dagli artisti di strada di cui aveva sentito parlare dalle persone che, ogni tanto, incontrava nella foresta. In basso, ai piedi della montagna, si muovevano esseri mai visti, somigliavano alle lucciole, ed il vento, correndo tra i vicoli, attraversava le finestre e si muoveva sui sassolini spingendoli a danzare su ritmi improvvisati tramite una musica nuova, mai udita. Le folate, accarezzavano i volti della gente e degli animali. Tremavano le foglie degli alberi contribuendo ad aggiungere nuove note alla musica. Tutto era così gioioso che il cuore di Luno dimenticò per un momento i ricordi nefasti della sua vita. Il vento lo travolse sollevando la polvere da terra che lo investì completamente e si ritrovò colorato come i nativi. Non si distingueva dagli altri che per l’altezza. Si scrollò come fanno gli animali uscendo dall’acqua e, ancora i pulviscoli sui vestiti insistevano. Seguitò il cammino. Incontrò altri esseri come lui, ma piccoli da arrivargli alla vita e luminosi come, appunto, le lucciole, dissimili da quelli visti all’inizio della montagna, più umani. Ciò lo confuse un pochino. Lo trovava affascinante come nessun altro paese o città fino ad allora incontrate. Arrivò fino alle case. Erano microscopiche, come tutto il resto d’altronde. Aggrappate alla montagna come neonati al seno materno. Ogni cosa era in sintonia con il resto del paesaggio. Un trionfo d’armonia! Aveva scoperto qualcosa di fantastico e, per questo, la gioia gli splendeva sul viso. “Pigmei“, dei quali aveva udito qualcuno parlarne, ma queste piccole umanità erano lucciole e uomini, ognuna con la propria caratteristica, che determinavano le unicità nel mondo conosciuto e sconosciuto. Bagliori di luce si posavano sulle varie superfici alternandone e variandone il colore all’improvviso. Non sapeva più dove posare lo sguardo, tutto era bellissimo. Tutto danzava. Sognava forse? O era tutto reale? Spalancò gli occhi come per vedere il più possibile e non perdersi nulla di quel villaggio apparso improvvisamente dal nulla, da una vegetazione troppo folta e da un’oscurità che, prima, gli faceva paura. Era la magia dalla sua fervida immaginazione a materializzarlo e accarezzò con gli occhi tutta la bellezza che gli si rivelava. Più si avvicinava e più notava similitudini con la vita che conosceva. Erano persone come lui, anche se proiettate in un mondo fantastico con un corpo diverso. Si abituò a quel modo di vivere, ma cominciò anche a percorrere le strade del paese. C’era una via principale, lungo la quale, oltre alle abitazioni, si vedevano i campi coltivati che permettevano a questa gente di vivere serenamente e autonomamente. Tutto ciò che serviva loro, era a portata di mano. Ma questi campi, non erano solo coltivati: ospitavano anche animali di ogni tipo, domestici, da compagnia, che giocavano con i bambini. La vegetazione era ricca di fiori coloratissimi che luccicavano sul monte ripercuotendosi per tutta la vallata. Tutto ciò, rallegrava il cuore. Era tutto lì, davanti ai suoi occhi. Ne aveva una visione completa di questo insieme senza neppure dover girare la testa. Ma il colore era ciò che più lo confondeva e lo inebriava nello stesso tempo. Macchie cangianti che brillavano come diamanti. Anche i bimbi e gli animali, giocando, diventavano colori e, mischiandosi, ne inventavano di nuovi, cosicché si poteva vedere un cane confuso per metà col cielo azzurro che camminava sul tetto, l’altra metà si confondeva con il giallo del bambino mentre correvano insieme. Sembrava volassero dai tetti alla strada e viceversa. Tutto era talmente affascinante che, Luno, credeva di vivere in una favola o in un quadro dell’altro famoso pittore, Marc Chagall. Sembrava che tutti i pittori conosciuti e sconosciuti, fossero passati di là almeno una volta nella loro vita, ed avessero lasciato un’impronta sconosciuta alla storia. Ad un tratto, temette che quella piccola, meravigliosa società potesse scomparire da un momento all’altro e ne ebbe timore. Non voleva risvegliarsi dal sogno. Non doveva finire, non doveva svegliarsi. Desiderava con il cuore di potersi immergere in quel paese e goderne il più possibile, ubriacandosi del tutto come fosse alcol e svenire. Non avrebbe mai immaginato quanto ci fosse di vero in quei pensieri! Era conscio che avrebbe dovuto lasciare quel paradiso. Sapeva che ciò, poteva arrivare una sola volta nella vita. Sapeva anche della fortuna di averlo trovato, una volta vinta la paura. È così che comprese come, il terrore infondato, immaginato, verso ciò che non si conosce, gli avrebbe sottratto bellezze e serenità. Fu una vera lezione di vita per lui che si promise di non lasciare mai più nulla di intentato, nulla al caso, ma di partecipare attivamente a tutto ciò che la vita gli avrebbe messo a disposizione, bello o brutto che fosse valeva comunque la pena di impegnarsi per scoprirlo. Volle dunque, portare con sé un ricordo di quel mondo bellissimo, che gli avrebbe rammentato, in seguito, di non aver sognato. Non sapeva cosa e come fare. Avanzando, gli sembrò che nessuno facesse caso alla sua persona, ma non si meravigliò quando si accorse di sguardi indagatori che si posavano su di lui facendogli sentire tutto il peso del controllo e la perdita di libertà. D’altronde, gli stessi abitanti, non potevano permettersi di rinunciare al loro paradiso, ed al loro essere così speciale. Fu comunque grato a quella società molto ospitale. Luno, era conscio del valore di quel tesoro e non faceva caso agli occhi, tanti quanti erano le anime di quel luogo, che lo accompagnavano lungo il suo cammino, senza mai disturbarlo, con l’ingenuità di chi non è abituato a trattare con persone sconosciute. Straniero, fu trattato da straniero, ma non fu mai disturbato. Luno, non smentì, il suo carattere gioioso e scherzoso. Ritornò alla sua realtà. Sedute sulla soglia delle proprie case, quelle donne splendenti, espletavano i loro lavori quotidiani, mentre gli uomini si occupavano degli altri doveri. Lui, si addentrò sempre di più in quell’oasi alla ricerca di qualcosa.Tanta era la voglia, che sentiva il sangue pulsare sempre più velocemente nelle vene del suo corpo, ogni qualvolta gli veniva un’idea. Era sconvolto dalla troppa eccitazione. Cercò di calmarsi e subito dopo cominciò ad interessarsi del lavoro delle donne, perché gli sembrava la parte più interessante dal punto di vista del ricavo.
Si diresse verso la donna che trovò seduta sulla soglia della prima casa che incontrò, per verificare. Vide che mondava i ceci. Li conosceva bene, ma non si meravigliò di ritrovarli in questa realtà, d’altronde, quelle persone, benché dissimili, si nutrivano come gli esseri umani di tutto il mondo.
Confortato dal suo carattere sicuro, iniziò a dialogare con le donne:
– Cosa stai facendo bella signora?
– Capo i ceci.
– Me ne regali uno per favore?
– Non posso perché mio marito li ha contati.
– Uno solo, dammelo, sii buona.
E la signora gli regala un cecio.
Si ferma sulla soglia della seconda casa e, di nuovo:
– Che fai bella signora?
– Capo le fave.
– Me ne dai una?
– Non posso perché mio marito le ha contate.
– Solo una, tuo marito non se ne accorgerà.
E la donna gli dà la fava.
Cammina verso la terza donna e le dice:
– Signora, per favore, mi conservi questo cecio e questa fava, perché non posso portarli con me?
– Non posso perché il mio gallo se li mangia.
– Ma no, vedrai che non lo farà, ti prego.
E la donna glieli tiene.
Luno, passeggia ancora per tutto il tempo esplorando e imparando il più possibile per portalo con sé e poi torna a riprendersi le proprie cose, meravigliato del fatto che la sera non arrivava mai. Era sempre giorno in quel posto.
– Signora mi ridai il cecio e la fava?
– Non posso, perché il gallo li ha mangiati.
– O mi restituisci il cecio e la fava o mi dai il gallo; o mi restituisci il cecio e la fava o mi dai il gallo…
Continua a chiedere incessantemente, finché la donna, stanca, gli dà il gallo.
Più avanti incontra un’altra donna:
– Signora mi tieni questo gallo per favore?
– Non mi è possibile, il maiale lo mangerebbe.
– Sii gentile, solo per poco tempo.
E la signora glielo tiene.
Dopo un’ora torna a riprendersi il gallo.
– Non posso, il maiale lo ha mangiato.
– O mi dai il gallo o mi dai il maiale, o mi dai il gallo o mi dai il maiale, dice come sopra.
Anche lei, stanca di sentirlo, gli dà il maiale.
Stessa tattica con un’altra malcapitata:
– Signora mi tieni il maiale?
-Non posso perché mia figlia lo mangerebbe.
– Per favore, solo per pochissimo tempo, verrò a riprenderlo prima che tua figlia se ne accorga.
– Va bene, prende il maiale e lo nasconde dietro la porta.
Dopo poco:
– Signora mi ridai il mio maiale?
– Lo avevo detto, ora mia figlia l’ha mangiato.
– O mi dai il maiale o mi dai tua figlia, o mi dai il maiale o mi dai tua figlia…
Blatera senza fermarsi mai finché la donna non cede e gli dà sua figlia.
Luno prende la bimba, la rinchiude nel sacco che porta sempre con sé e, ancora una volta, si rivolge ad un’altra una donna:
– Signora, signora mi tieni questo sacco?
La signora l’accontenta ma, appena l’uomo si allontana, la bambina riconosce la voce dell’ospite e la chiama:
– Commarella, commarella, fammi uscire che quel signore vuole rapirmi.
La commarella apre il sacco, libera la bambina e per ingannare il rapitore la sostituisce con un gatto, un ceppo di legno e un vasino da notte pieno di pipì.
Finalmente Luno, dopo essersi goduto il paesino, esausto, si rimette in cammino, con la falce sotto il braccio, per attraversare di nuovo la giungla diretto verso la propria capanna, ma prima vuole riprendersi il suo bottino:
– Signora, sono venuto a riprendermi il sacco.
– La signora, senza dire una parola, glielo restituisce.
Tutto contento, lo straniero si mette il sacco sulle spalle ed esce dal paese.
Cammina, cammina in mezzo ai prati e sopra un terreno scosceso, i suoi piedi faticano non poco, ed il peso gli sbilancia il corpo. Ad un certo punto, si sente le spalle bagnate:
– Bambina, bambina, che stai facendo la pipì?
Non ricevendo risposta, chiama di nuovo:
– Bambina, bambina, stai facendo la pipì?
Nulla, silenzio.
Allora si ferma per vedere cosa succede. Apre il sacco ma, subito, il gatto, spaventato dagli eventi, gli salta in faccia, gli mangia il naso e scappa tornando verso il paese.
Così, beffato dai pigmei e senza naso, con il colore ancora negli occhi e il pulviscolo sulle spalle bagnate, si gira come volesse protestare per la beffa, ma non vede altro che lo sfumare del paese stesso e le sue labbra, si spalancano mostrando grande meraviglia per la scomparsa del paese. Comprende allora di essere stato un privilegiato, perché il paese non è visibile al mondo che un solo giorno l’anno. Lui è stato fortunato a capitare là proprio in quel giorno, ed ora non gli importa più che non sia riuscito a portarsi un souvenir e se qualcuno gli domanda, mette in moto la fantasia e racconta storie inverosimili di maghi, folletti, strani colori e animali, che si sarebbero appropriati del suo naso confondendo la realtà. Comincia anche a divertirsi raccontando, e, contento del privilegio avuto tutto per sé, dimentica la sua disgrazia.
Ma la verità però, la confida, solo nelle notti chiare alla sua amica luna, nei lunghi soliloqui, dopo i quali si addormenta sereno.
(Maria Celeste Cipolla)
