La rabbia

Foto. (M.C.C.)
Vidi una rabbia, quel giorno, venire da molto lontano.
Camminava lesta, col volto contratto. Sulla mano un piatto,
nell’altra una forchetta. Stava facendo il suo dovere.
Ora lascio la terza persona e uso la seconda, per parlare,
solo con te, mamma. Nel piatto c’era il pranzo dell’uomo
che dovevi accudire, un uomo morente, in coma,
non comprendo il motivo per cui gliel’abbiano portato.
Il pranzo intendo, Due tende coprivano il letto e noi e
le suore, ogni tanto le scostavano per controllare l’evoluzione.
Io figlia, io testimone dei tempi passati, io cresciuta senza gioia
in un campo deserto di guerra, la capivo quella rabbia e sapevo
da dove proveniva, non ti rimproverai, né mi ribellai
lasciandoti il proseguo di quella scena dove un uomo, con
gli occhi chissà dove e la bocca spalancata, quasi seduto.
Quando la rabbia divenne violenta e non riconoscesti la morte
continuavi ad imboccarlo, quasi ferendolo con l’arma-forchetta di cibo,
con cui spingevi cercando di farti strada tra i denti per arrivare alla gola
attraverso una bocca chiusa che non poteva inghiottire,
perché già lo spirito suo colloquiava col divino.
Lacrimando, intervenni fermandoti la mano, spiegandoti il caso.
Il cibo rifiutato, scendeva sulle gote, rammaricandomi della tua vendetta,
crudele, tardiva e vigliacca perché avveniva sull’inerme, che già
il respiro aveva perduto e l’ossigeno sparso nell’aria non lo aiutava.
Di lì a poco, finito il santo colloquio, egli spirò lasciando fuggire la vita,
ed io con il mio dolore segreto e privato, pretesi silenzio e rispetto per
il viaggio, appena intrapreso dall’uomo. Lei si calmò: era tutto finito.
Ma quel gesto di cane rabbioso ancora porto nel cuore e so di non
poterlo cancellare, mai più. Mi seguirà fino all’ultimo attimo che vivrò.
(Maria Celeste Cipolla)
