Il viaggio di San Francesco. Preghiera

Pubblicato il 02/03/2018

 

Tecnica mista su carta Canson. (M. C. C.)

Un calcio alla vita colma di sapori,

per entrare nel mondo degli invalicabili.

 

Per conoscerlo e tentare di cambiarlo,

no nei castelli ma tra le capanne.

 

Un pianeta inospitale, ti accolse,

uomo errante, di fattura eroica,

 

e, nell’impari lotta, cercasti, fiducioso,

di aggiustare la vita della gente.

 

Conoscesti l’immondo: nella codardia, nella paura,

nella regalità rubata e cercasti di combatterla.

 

Regalasti un po di te nel cammino improvviso,

ma solo Giovanna, ti fu fedele compagna,

 

nella dura lotta contro l’ oppressione dei deboli,

ed insieme, creaste, o riconosceste un Divino.

 

Colui che, pensiamo sia dentro di noi, ma,

tu gli parlasti tramite muti, intimi discorsi.

 

Eri seduto là, sopra un sasso qualunque,

sotto un cielo notturno, schiarito da stelle morte,

 

e la fioca luce, illuminò il volto di Chi rispondeva,

lo vedesti  lassù dalla cima con le spalle al cielo.

 

Poi, senza timore, apristi le porte dell’inferno,

ed entrasti camminando lentamente.

 

Oltre, la soglia vedesti il mostro nei

cervelli di coloro che si divisero la terra,

 

per ottenere quel potere che ancora trattengono,

anche nell’epoca nostra, senza mai mollarlo.

 

Ignari, della sfrontatezza, improvvisa

e inaspettata, incuriositi, ed infuriati,

 

costoro pensarono: chi osa? Uno sguardo,

un coraggio mal giudicato, gli spiegò la pietà.

 

Ai governatori di pochezza, nel lontano inizio

dei tempi, apparisti inerme e cencioso,

 

come coloro per cui chiedevi giustizia,

e non compresero l’abito stinto, ma,

 

le tue parole, nelle menti vagarono,

ed il tuo pensiero diventò il loro dubbio.

 

L’urgente esigenza divina del cambiamento

prese vita e coscienza nelle menti dei più,

 

facendo entrare anche il tuo Dio inventato,

e qualcosa ottenesti dalla folle lotta.

 

Ora, di te è rimasto un dentro nel dentro,

nella Chiesa dalle alte mura, la Porziuncola.

 

È un posto sicuro, è, forse, la pietà che si

protrae nel tempo, in un abbraccio continuo.

 

Un giorno provai, entrando nel silenzio freddo,

fatto di nulla, tra mura antiche e solitarie.

 

Fuori dal mondo, incerta, cercai l’invisibile

verso la traccia di te nel centro del centro.

 

Qualcosa di niente, pervase nell’aria,

forse le tue spoglie, si agitarono, vagando

 

tra i sedili e le mura, senza uscire nel presente.

Mi fidai, e un abbraccio leggero, impercettibile,

 

mi avvolse, ma non lo riconobbi.

Chissà pensai! Un frutto della mia mente,

 

talmente cercato, voluto, desiderato. Chissà! Io,

senza un Dio, con la pretesa assurda di volere il dono.

 

Nel silenzio gelido, della tua casa, anelai

il piacere di un abbraccio improbabile, perché,

 

proprio quelli come me, bisognano di cenni sinceri.

Provai e fu bello venirti incontro, beata di nulla.

 

Mi donasti coraggio e forza, grande forza

per lottare contro il male negli anni.

 

Furono lacrime e tormenti per la perdita del

mio corpo perfetto, poi ferito anche nello spirito,

 

tanto da desiderare la dipartita, la forza non era sufficiente,

per me è stata tortura e non riconosco alcun miracolo.

 

Lunghi travagli nel tempo mi hanno rubato la vita

e ancora, ferita vago, tra un’ umanità simile alla tua.

 

Corsero i pensieri quel giorno, tra la pace del tuo abbraccio

e l’inferno di altre mura, che m’imprigionarono.

 

Oltre qualsiasi previsione, vinsi, ma persi il vivere,

persi l’amore, ed entrai nella gabbia. Esisto?

 

Ancora lo cerco questo miracolo, o è una punizione?

L’abbraccio, sulle orme di mia madre, cammino,

 

una folata leggera, impercettibile, mi accompagna

silenziosamente, per non disturbarmi.

 

Quel riflesso di stelle, ancora indicano la strada

quella dell’eternità, di braccia cinte, dove vago,

 

avvolta dal silenzio senza risposte, ed un abbraccio

sognato, che sarà l’ultimo dei miei miracoli.

 

(Maria Celeste Cipolla)