Maria Celeste Cipolla /1

Pubblicato il 26/02/2018

ASSOCIAZIONE CULTURALE “LA LESTRA” PALAZZO BRUSCHI

TARQUINIA – Via Umberto I

PATROCINIO: ASSESSORATO ALLA CULTURA DI TARQUINIA

dal 26 agosto al 3 settembre 1989

Durante una delle mie interviste con lui (l’unica fatta nel suo studio di Vellate) Renato Guttuso, parlando di una propria necessità irrinunciabile, mi disse: ” Ogni mattina quando mi alzo ho bisogno di vedere la faccia dell’uomo”. Ho ripensato a questa affermazione nei casi (sempre rari) in cui scopro questa urgenza (una necessità prima che una scelta) nei dipinti di un artista. L’artista che antepone a ogni altro soggetto la bellezza della figura.

Maria Celeste Cipolla rappresenta uno di questi casi. Paesaggi, nature morte, oggetti (una lampada, una bottiglia, una pianta) per lei sono solo elementi secondari, complementari alla funzione di definire un interno occupato da una figura, alludere a un momento, un significato. Nei suoi quadri la figura campisce lo spazio, lo riempie con la sua fisicità e ne impone l’immagine, che è sempre quella di una espressione dei caratteri e dei sentimenti prima che il ritratto di una fisionomia.

Uomini, donne; l’adolescente dal volto proteso fra i lunghi capelli divisi in bande o la fumatrice, o “l’uomo con la bottiglia” eccetera, insomma i soggetti dipinti dalla Cipolla sono dunque ritratti, ma al tempo stesso archetipi; figure che trascendono dalla mera rappresentazione tout court di una persona per assumere il ruolo di una immagine. Così quella madre dal volto pervaso da una indomita fierezza e il corpo segnato dalle fatiche delle maternità e dell’amore non è una madre, ma la madre.

Così l’uomo che più ricorre nei ritratti dalla Cipolla (un uomo dal volto nobile e riflessivo, attraversato dai solchi della vita) non è solo quell’uomo che ha posato per lei, ma l’immagine stessa del leviano uomo che li comprende tutti col suo carico d’umanità, di allegria e di indolenza; quello in cui altri uomini potranno riconoscersi. Maria Cipolla ha cominciato a dipingere giovanissima.

Come ogni pittore di razza, la sua vocazione si è manifestata nell’età in cui si impara a tenere fra il pollice e l’indice una matita, o comunque qualcosa che può tracciare dei segni e comporre una immagine. Questo qualcosa, per lei furono gessetti colorati che usano i bambini per segnare confini e regole quando giocano sui marciapiedi di quartiere. Lei prese a usarli per disegnar figure, come anni più tardi avrebbe visto fare ai pittori madonnari.

Da quei primi cimenti (“Ho imparato prima a disegnare che a scrivere”, dice Maria) cominciò a manifestarsi in lei l’urgenza di avere sempre con sé qualcosa (anche un lapis e un pezzaccio di carta) per catturare un’immagine che avrebbe potuto colpirla quando camminava in mezzo alla gente. Allieva all’Accademia di Belle Arti di Ziveri, Sadun e Coppola (Mario Coppola che più di ogni altro l’ha incoraggiata a dipingere).

La sua attenzione per le figure si rivela pienamente sui banchi di scuola, quando invece di eseguire le nature morte composte dal maestro ritrae i volti dei compagni di corso. “Il fiore e il frutto, sono decorativi almeno per me, Il naturalismo non mi interessa”, dice Maria. Disporsi a eseguire un ritratto, questo per lei rappresenta il grande momento di incontro e scontro con la Pittura.

Perché in realtà, come ogni artista, anche Cipolla ha bisogno di quelle spinte interne che accendono l’immaginazione e muovono all’atto creativo. E queste spinte, che per altri possono essere rappresentate dall’ambizione, dallo spirito di competizione, dai richiami del successo, dalla volontà (o dalla necessità) di far denaro, in lei sono mosse unicamente da una appassionata carica umana. Dipingere un ritratto, per lei è entrare in rapporto coi sentimenti dell’uomo e col fascino (sempre insieme felice e doloroso) della sua vicenda.

I ritratti di Maria sono figure potenti, scavate a fondo nei caratteri, con uomini e donne che hanno in comune il raro tratto della fierezza; una scelta dell’artista senza dubbio intima, anche autobiografica (l’artista non è forse sempre specchio di se stesso?). La sua forza del segno incide le immagini, la corposità del colore le riempie di una esaltante vitalità. Talvolta Maria alterna alle superfici delle tele quelle della tavola; una materia che sembra comunicare a chi dipinge la propria asperità.

Talvolta le immagini sono definite dalla violenza del colore, altre dall’energia del segno. Voglio dire che Maria Cipolla dipinge con quella passione che Vespignani definirebbe corpo a corpo con la tela, e anche se questo incontro-scontro con la materia e con l’immagine; questo penetrare il soggetto dipinto è sempre un pò assumerne i moti dell’anima, quanto meno sobbarcarsi il travaglio doloroso di penetrare una identità, Maria Cipolla non potrebbe dipingere che questo; non potrebbe muoversi all’interno della pittura altro che così.

A citare, come sembra d’obbligo, riferimenti a scuole e maestri, guardando la sua pittura viene istintivo di richiamarsi a Guttuso e a Migneco piuttosto che a Ziveri, suo maestro effettivo. Invece la lezione di Ziveri è stata quanto mai valida anche se Maria ha sempre operato in assoluta indipendenza. Se ne riscontra più che altro (il che non è poco) nel tradurre i sentimenti in evento pittorico.

(BERENICE)