“Segni di vita”, di Alessandro Bagagli

“Eppure non avevo mai creduto che la vita fosse una passeggiata in riva al mare”.
Queste parole danno inizio e termine al libro.
Aprono e chiudono una parentesi di condizione catartica, che stravolge la vita del protagonista, coinvolgendo il lettore, più di quanto egli stesso non immagini; conducendolo per mano verso orizzonti psichici piuttosto intensi nell’universo delle emozioni: un viaggio di grande spiritualità.
Calarsi nel Buddha? Impossibile se non riusciamo a raggiungere il silenzio e la religiosità delle “vette dell’Himalaya”.
Manuel, non precipita nel baratro, nel buco nero che non rimanda indietro alcuno, anche se qualche riferimento è manifesto.
Ricordo un film: “Stati di Allucinazione” del regista Ken Russel, di qualche anno addietro.
Un giovane William Hurt, nei panni di uno scienziato, tentava, attraverso una catarsi molto complessa, indotta, di tornare indietro nel tempo fino al Caos, al brodo primordiale, per conoscerne il segreto della vita. Trovare la risposta alle numerose domande, sempre identiche, che l’uomo si è posto e sempre si porrà, dai bagliori dell’umanità. Ci riesce. Torna indietro nel tempo ma a tappe e ognuna di queste gli complica la vita, ma lui insiste. Effettivamente il suo esperimento ha successo perché, egli, torna effettivamente in quel “brodo” che tanto aneliamo e…non succede nulla. In quel brodo trova il nulla. Non coglie che un buio assoluto, immenso composto dal nulla. Forse non riusciremo mai a comprendere cos’è questo “nulla” se non ce lo mettiamo addosso. Per lui, la sensazione che ne colse, fu tremenda cosicché lo ricondusse alla vita.
La memoria dello scibile che la mente umana ha acquisito nei millenni e che crediamo sia tramandata alle generazioni successive, tramite un filo conduttore che si collega direttamente con i numerosi cervelli della gente, come una enorme ragnatela invisibile che ci sovrasta, è terreno impervio nel quale ci potremmo perdere per sempre.
Manuel, non vaga nella suddetta memoria consciamente, per questo riesce a morire e risorgere come un moderno Lazzaro, il cui Cristo è l’Amore che tutto muove.
Egli assomiglia ai giovani degli anni “70, con una metà che appartiene ai più moderni, a quelli dell’era dei computers e ci consegna un’ulteriore prova di quanto, ogni generazione, abbia le sue lotte sociali, tramite le quali manifesta il desiderio di rendere il mondo a una dimensione più umana. Ma non si vince, e, a trentasei anni, ci si sente una nullità credendo di vivere una vita senza lodo.
Ecco allora spuntare la “sofferenza da mancanza”.
Un bagaglio che incurva le spalle ancor prima di diventare vecchi.
Da qui parte il desiderio di spiritualità e la voglia di calarsi nella propria anima armati di lanterna.
Le numerose citazioni, accompagnano il lettore e lo fanno partecipe di una religiosità da condividere appieno, tanto è rassicurante e positiva.
Manuel, comunque, anche se di grande spessore trainante, è un personaggio “figurina”, un pretesto che l’autore usa per cimentarsi in qualcosa di più profondo. Per raccontare le sue “Profezie” che hanno la consistenza della più alta poesia.
Un giorno di qualche anno addietro, mi accingevo ad iniziare il ritratto dal vero ad una donna che, gentilmente, mi faceva da modella. Lei, seduta sulla sedia, si sistemava i capelli e prestava molta attenzione alla postura assunta e all’espressione del suo viso. Io, dietro al cavalletto, la tela bianca ci divideva, non riuscivo a tracciare nemmeno un segno con il carboncino. Così, facevo finta di disegnare. Il tempo passava e la tela sembrava sempre più bianca. Ad un certo punto, la mia modella si stancò della posa assunta ma senza averne coscienza: la postura non fu più dritta su quella sedia, i capelli non furono più così impeccabili e neppure il viso che cominciò ad avere i cosiddetti solchi d’espressione, le labbra abbandonarono la posizione dello “cheese” delle fotografie e la luce era già un po cambiata. La sua mente, pian piano, cominciò a pensare ai fatti suoi e non ricordò di essere in posa. A quel punto, il mio carboncino volò sulla tela sverginandola velocemente e in pochissimo tempo, il ritratto prese forma, come fosse stata una magia. Catturai i suoi pensieri e, tramite questi, riuscii ad entrare nella sua anima rubandole l’essenza, ed è questo che sulla tela apparve: il suo vero volto scevro da sovrastrutture.
Perché ho raccontato questo aneddoto?
Perché la mia modella è come Manuel. Sono tutti e due dei pretesti che permettono di cogliere qualcosa di molto più importante e prezioso sito in ogni angolo nascosto del nostro Io e che, solo un animo sensibile, riesce a cogliere.
Quel “qualcosa”, in questo caso, sono le “Profezie” attraverso le quali. l’autore, raggiunge picchi di autentica e commovente poesia.
Tutti i miei complimenti Alessandro.
(Maria Celeste Cipolla)
