Honoré Daumier cenni storici
Honoré Daumier, usò la sua pittura come satira per denunciare la politica dell’epoca, furono veri attacchi al potere.

Honoré Daumier, Crispino e Scapino (Crispin et Scapin), 1864 ca., olio su tela, 61 x 83 cm. Parigi, Musée d’Orsay.
Honoré Daumier, nacque a Marsiglia nel febbraio del 1808. Per problemi economici della famiglia, a dodici anni, nel 1820, lavorò come apprendista fattorino e poi come commesso nella libreria Delaunay, mostrando inclinazione nel disegno. Si iscrisse nell’Académie Suisse, privata, con l’aiuto di un amico del padre. In seguito collaborò con il giornale umoristico “La Silhouette“, impegnandosi subito nella polemica politica anti-monarchica. Con il termine Realismo, indichiamo la corrente artistica ottocentesca, attenta alla riproduzione oggettiva della realtà, senza aggiunte da parte del pittore e senza interpretazioni. Tendeva a descrivere scene di vita umile, a denunciare le condizioni sociali dell’epoca, ed esordì all’Esposizione di Parigi nel 1855. Vi parteciparono i pittori francesi Goustave Coubert, Honoré Daumier e Jean Francoise Millet, le cui opere sono considerate del realismo sociale.
Egli, fece della sua arte uno strumento di lotta politica, specialmente come caricaturista sui giornali, che, con il tempo, acquistarono una straordinaria potenza tragica e denuncia sociale. Furono violenti attacchi a quel potere sostenuto dal capitalismo borghese, La proclamazione dell’impero nel 1852 lo costrinse a dedicarsi alla satira di costume. Fu in questo periodo che iniziò a dedicarsi anche alla pittura e scultura di nascosto perché il pubblico lo identificava solo attraverso la satira politica.
Attraverso lo studio e gli esperimenti degli infiniti caratteri, ed aspetti della vita, costruì una monumentale galleria di personaggi. Baudelaire lo colloca tra Ingres e Delacroix e fu paragonata per ampiezza, all’opera di Balzac. Sarebbe comunque un errore dividere la sua attività grafica con quella pittorica. Qualcuno scrisse che la caricatura dei costumi è stata per Daumier il suo campo più vasto composto nel 1834, prima della legge sulla stampa, con quattro litografie di satira politica ritenute dei capolavori, la più toccante è la “massacro di rue Transnonanin: senza invettiva, senza aneddoto, con la sicurezza degli scorci e del chiaroscuro, è la constatazione implacabile di un orribile eccidio alla pari di Goya, la cui potenza umanitaria supera, assorbendolo, il valore artistico. Baudelaire ne fa un commento dotato della stessa forza e della stessa emozione per il Marat, assassino di un giornalista, una delle voci più ascoltate dal popolo, di Jacques-Louis David che ne viene molto coinvolto sul piano emotivo, esempio in cui il verismo trascende se stesso superandosi.
Dice Baudelaire: egli ha una memoria meravigliosa e quasi divina che gli fa da modello. Affronta la questione bruciante del “non finito” che si era presentata in passato anche Leonardo e Michelangelo e, sulla quale, s’impegna la svolta della modernità. Ma Daumier, non poteva finire in senso tradizionale perché la sua foga e il suo istinto dinamico, lo spingeva verso la libertà dell’abbozzo, lo stile della sintesi. Anche in pittura lasciò quadri abbozzati che, purtroppo, furono finiti o ritoccati da altri.
Le sculture, non più grandi di un pugno, erano esatte fisiognomicamente e fecero scrivere a Balzac: quel coraggioso ha del Michelangelo sotto la pelle.
Morì nel febbraio del 1879 senza poter vedere, finalmente, la mostra con i suoi quadri
Fisiognomicamente:
l’arte di giudicare il carattere e il comportamento potenziale di una persona dall’apparenza esterna dei suoi organi corporei, in base all’analisi delle loro dimensioni, proporzioni, forma, colore, consistenza, dei movimenti o gesti e della voce, fa parte della cultura occidentale fin dall’età greca classica. I suoi testi più antichi, sconosciuti al primo Medioevo, tornarono a essere disponibili per i lettori di lingua latina dal XII sec. e più ancora nel secolo successivo, stimolando così originali contributi medievali a questa scienza. La corte sveva ebbe un ruolo importante tanto nella riscoperta dei testi fisiognomici classici e nella loro assimilazione, quanto nell’elaborazione di contributi originali alla scienza fisiognomica. Fu infatti alla corte di Federico II che iniziò a circolare la primissima versione della traduzione del Secretum secretorum (il cui libro VIII è dedicato alla fisiognomica) di Filippo da Tripoli, probabilmente insieme alle prime versioni della Fisiognomica dello Pseudo-Aristotele. In seguito Bartolomeo da Messina elaborò alla corte di Manfredi la propria traduzione della Fisiognomica pseudo-aristotelica, destinata a diventare il punto di partenza del complesso dibattito scolastico sull’argomento. Fu pure alla corte federiciana che apparve il primo originale contributo medievale alla fisiognomica, composto da Michele Scoto durante il suo soggiorno a corte, fra il 1228 e il 1235 circa. Tutto ciò indica uno speciale interesse per la fisiognomica alla corte federiciana.
(Da, FISIOGNOMICA in “Federiciana” – Treccani)
Maria Celeste Cipolla
