Amico

Due tele in una foto. Colori Mussini su tele di cotone. (M. C. C.)
Sovente accovacciavo il corpo
ai piedi del vecchio, secolare arbusto,
per ascoltare la storia
scolpita sulla sua corteccia.
Identificandomi con l’albero,
chiedo a te, amico mio,
di accogliere codeste parole,
traducendole in pensieri
affinché diventino tuoi.
Ora, vorrei raccontarti un tratto di vita,
che storia del mondo non è, ma
del medesimo materiale è composta.
Fiduciosa, dono a te la chiave,
per accedere ai miei segreti,
antichi custodi del cuore,
ove tutto il mio essere traspare,
sperando che affiori una luce
a scacciare le ombre che, pesanti
come un fardello, reclinano
anzitempo le spalle, nelle desolate notti
tra incertezze e paure.
Immersa nel mio soliloquio,
m’illudo di epurare la mente
dagli spettri che ne deturpano la ragione.
Mentre ti parlo, navigo,
nell’angoscia che provoca
un mare irrequieto in chi
non ha mai imparato a nuotare.
Il ricordo di lacrime, ormai spente,
inumidisce i miei occhi, quando,
timidi i suoni irrompono
nella materia di parole e sentimenti.
Sono speranza e stati d’animo,
tramite i quali in te
desidero riconoscermi:
in te, umana nell’umano.
Silenzioso, le labbra serrate
in una smorfia dolorosa,
interlocutore passivo ascolti,
una storia che non ti appartiene.
Nei tuoi occhi, immagini mute,
stanche di antichi viaggi,
mi costringono ad una diversa realtà,
che riconosco troppo simile alla mia.
Sul tuo volto i fantasmi,
amici e nemici di sempre
ora distinguo chiaramente:
anche tu vuoi essere l’albero.
Un albero che racconti la propria storia,
e quel suo mondo,
nel quale smarrito vaghi, sperando
nel confronto con un amico,
di liberare l’alieno che è in te,
e le mie parole,
ormai confuse nel vento,
cerco invano di abiurare.
Torbide vite, nelle acque inquinate
affogano, prigioniere del mare,
e la mano che tende alla mano,
l’onda nera nasconde.
(Maria Celeste Cipolla)
