L’urlo

Carbone su carta da spolvero. Dietro olio su tela. (M. C. C.)
Quel giorno…
vidi il destino intento nel proprio lavoro.
Non era la prima volta,
ma per la prima volta lo era nella mia vita.
Rammento che non spiavo…fu lui a venire da me,
quando ero troppo giovane,
quando eravamo troppo giovani.
Non si accorse neppure della mia presenza:
ma capii che stava lavorando per me.
Qualcosa, nell’atmosfera, creava negatività…
non mi piaceva…era intollerabile…
entrava nel mio cuore,
ma io sentii male allo stomaco…
quel giorno.
Istintivamente, provai a fermarlo,
nel modo che conoscevo
e altro che inventavo.
Ricordo che lottai, e urlai,
inveii…
attorcigliata in una lotta ìmpari,
tra umano e…
Volevo vincere ma…
volevo desiderare ma…
Guardavo lo scempio senza più forze…
per la lotta assurda e
desideravo con tutta me stessa…
riprendermi la vita che,
tramite te, mi sfuggiva..
Avrei desiderato quel giorno,
sedare gli spasmi dell’arsura,
cui labbra diafane soccombevano,
con pura acqua di fonte.
Avrei desiderato
quel giorno,
sopperire alla fame,
invisibile legame vitale,
facendoti succhiare latte dal mio seno.
Avrei desiderato
quel giorno,
suturare le ferite
per arrestarne il flusso scarlatto,
di liquido denso, che,
improvvisamente, inspiegabilmene,
straripò da ogni tunnel
insudiciandoti il corpo:
nell’egual violenza adoperata dall’acqua
quando tradisce il fiume per il mare
e la vita ruba alla vita
celando, alle nostre menti,
segreti ancestrali,
che il brodo rivelò alla cellula…
ma questa, evolvendosi, dimenticò.
Avrei rammentato
quel giorno,
il desiderio di vegliare le sofferenze della tua anima,
nell’umano tentativo di sostituire Dio,
ed eliderne il disegno di perderti
nelle fauci ripugnanti dell’oblio.
Giocare col nostro cervello, Dio,
dividerlo tra il bene e il male…
infinito dualismo,
tuo segreto…
che ancora celi,
dal giorno della creazione…
e, nei secoli sempre ti cerchiamo…
Tu, grande protagonista del teatro…
della commedia umana.
Tu, Dio!
Che delegasti!
Raccontami…ora
le storie sulla fratellanza
e sulla sofferenza.
Sono l’angelo ribelle,
colui che fuggì dalla tua corte,
l’angelo dalle ali tarpate…
E tu, Dio! Ora!
Rivelami “quali”
sono i veri legami di sangue
cui devo attingere.
Insegnami “chi”
devo amare…e piangere.
A “chi” far dono della mia pietà…
e del mio riscatto.
Tu, Dio!
Dov’eri quel giorno?
E quei giorni?
I giorni dell’umana sofferenza
dell’umana tolleranza.
Tu che mi negasti…
che ti negasti…
in quei giorni…Dio!
I giorni della follia,
giorni testardi,
a causa dei quali ci risveglieremo
ancora e sempre troppo umani.
Sono i giorni della paura,
dell’indifferenza e delle incognite
Quei giorni, Dio.
E quel giorno!
Quanto lo desideravo,
quel giorno:
essere il suo viatico nell’ìmpari lotta,
cui lo costringevi
adoperando la nera figura.
Il destino, paziente indugiava,
similmente allo sciacallo
quando mira la preda
e già ne pregusta il banchetto.
Nuovamente Shahrazade
per raccontare all’infinito
e confondere l’ombra…
Si, Dio!
Io desideravo,
quel giorno…
Un nuovo divenire…
Ancora madre:
per divaricare le gambe
e partorire di nuovo.
Avrei commerciato barattando la vita
Dio, avrei!
Avrei voluto gridare nei suoi occhi
tutto l’amore che il sangue dona al sangue…
volevo che ascoltasse le parole del mio amore
volevo sentire le parole del suo amore
nell’angoscia del suo dolore
nel silenzio del mio dolore.
( Maria Celeste Cipolla)
