La danza

Tecnica mista su tela. (M.C.C.)
Finalmente, la donna, danzò sulla sabbia bianca,
della spiaggia deserta di fronte al mare e, questo,
l’accompagnò muovendosi con le proprie onde,
secondo il ritmo delle note di una musica scritta
solo per lei, mentre, un pianoforte sospeso sull’acqua,
muoveva i suoi tasti per l’interpretazione.
Una brezza soffiava leggera sul corpo nudo della donna
e sulle onde, alzando bollicine come fa lo champagne.
Ballavano insieme sulla riva deserta, spostando
l’aria nell’armonia dei gesti e tutto era perfetto.
Un sogno fra tanti, ancora vita nel deserto arido,
dove quel tutto era diventato un’anima sola.
Il sole splendeva alto spargendo macchie dorate
sul paesaggio, incoraggiandolo e abbellendolo,
mentre la donna seguitava la sua danza tribale,
esibendo le ferite della malattia senza vergogna.
Sembrava avesse accettato le profonde cicatrici,
la violenza sulla sua pelle che la precludeva all’amore.
Ora raccoglieva le conseguenze, ora le mostrava
alla natura vivendo in pace l’ingiustizia, nell’immobilità,
in cui anche le lancette dell’orologio non giravano,
c’era il deserto e c’era il mare, una piccola montagna,
la incorniciava mentre gli elementi seguitavano a scuotersi
omaggiando il suo coraggio nella nudità dell’esibizione.
Accantonò l’insulto sulla sua pelle come fosse un volto rugoso
che racconti di una vita vissuta con passione,
perdonò l’offesa, mentre, sulla spiaggia deserta, il corpo,
ancora desisteva scemando in un crescendo di rabbia,
in mostra davanti all’incoscienza. La musica smise:
avrebbe danzato così anche tra la gente di tutti i giorni,
abituata a spiare, giudicare, meravigliata e criticona?
(Maria Celeste Cipolla)
