Maria Celeste Cipolla

Guardando al passato, scrutando il futuro, oggi, nel presente, nel bisogno impellente cui la mente si ciba,catturando una dedizione assoluta, individuo il Sacro Fuoco. Stampato da chissà chi nel mio D.N.A. e cresciuto tutt’uno con le mie cellule, esso è divenuto, ora, un elemento essenziale del mio corpo.

Così rimembro l’infanzia, quando, piccolina, annoiata nei giochi con i coetanei, ne inventavo uno solitario per disegnare folletti.

Le tasche impolverate dai gessetti colorati, custoditi come un bene prezioso. cercavo qualsiasi superficie da imbrattare come avevo visto fare dai cosiddetti “Madonnari” sulle strade della città. Il tavolo della cucina di mia madre, il marciapiede sottostante la mia casa, le mura, i fogli anche sgualciti…tutto diveniva materiale per poter tracciare con mano sicura e veloce, chiaroscurando con le dita, le immagini che la fantasia mi trasmetteva o che potevo attingere dalla realtà. Ogni persona che conoscevo diventava uno dei miei modelli, loro nonostante.

Ogni viaggio, anche piccolo, conteneva nel bagaglio, come prima cosa, un blocco di fogli per schizzi a matita per un continuo disegnar forme che la curiosità rubava al mondo visibile.

Quando il materiale scarseggiava, la fantasia soccorreva al bisogno, trasformando in matita in la lingua e in foglio la mia bocca,così, nonostante me stessa, ogni forma prendeva vita dentro di me.

Conservavo gelosamente la carta colorata e luccicante dei cioccolatini e delle caramelle che spezzettavo per poi ricomporla, combinandola, sotto un vetro trasparente coperto di terra nel cortile in cui non nasceva neppure un fiore. Polvere. Era una caccia al tesoro! Lo rivelavamo al mattino o nel primo pomeriggio, complice i raggi del sole, che, mentre spolveravamo la terra dal vetro, pian piano, luccichii esplodevano davanti ai nostri occhi mentre noi guardavamo a bocca aperta. Puri diamanti.

Fu così che il colore s’insinuò nella mia mente lasciando un segno indelebile.

In seguito la scuola e i suoi insegnamenti. La scuola come una bottega del “400, con i suoi artisti e i suoi discepoli.

Alberto Ziveri

Dolce è per me ricordarlo. Al mattino entrava in classe dopo essere stato al mercato rionale a fare la spesa per noi che poi sistemava sopra un piccolo tavolino basso,organizzando una composizione di frutta e verdura. Era la nostra natura morta e ognuno, con il proprio cavalletto, ci sistemavamo a circolo intorno ad esso per disegnarlo. Tutti intorno ad una tavola imbandita. Ed era propio così: alla fine del disegno però, la maggior parte di frutta era sparita, dritta nelle bocche affamate dei ragazzi. Uno si mangiava sempre le banane. Con il tavolo nudo, era difficile per l’insegnante correggere ogni disegno, ma lui ci aveva già inquadrati e ci conosceva perfettamente uno ad uno.

Ziveri, aveva l’aspetto di una persona rozza. Un portamento lontano da quella che, nella nostra testa, ci facciamo del pittore. Apparteneva alla scuola romana insieme ad altri artisti e frequentava la cosiddetta “Roma bene”. Parlava poco. Il suo strumento di comunicazione era quasi sempre solo attraverso la pittura. Comprendeva la mia esigenza di disegnare volti, la figura umana, così mi permetteva di girare con il mio cavalletto attaccato al corpo e di riprendere i volti della mia classe. Ero una trottola in quell’aula di pittura molto grande. Talvolta conteneva più di una classe. Una volta mi fece una composizione umana sul ballatoio accanto all’aula di pittura. Fece posare due studenti della classe, il maschio appoggiato alla ringhiera e la ragazza seduta sopra un sacco di patate. Il materiale era una superficie di carta enorme e colori acrilici. Io mi sentivo piccola piccola davanti a quel “quadro”, ma sotto il suo insegnamento ero felice. Fui l’unica a cui dedicò così tanto tempo, forse perché mi avvicinavo al suo odo di dipingere e lui mi considerò un’adepta.

Mario Coppola

Anche lui mi favorì molto nel farmi disegnare ciò che volevo. Gli bastava che facessi almeno uno del lavoro del programma ministeriale, poi ero libera dai doveri. Amava i giovani e si prodigava non solo nell’insegnamento pratico, dato che affiancava la professoressa di storia dell’arte, raccontandocela senza libro e in modo differente, più filosofico. Naturalmente io lo ascoltavo a bocca aperta imparando ciò che bisognava sapere prima di parlare di un’opera o di un artista. I pomeriggi nelle gallerie d’arte, seduti sui divanetti davanti alle opere sistemate sulle pareti. Si commentava, si ascoltava…e si imparava moltissimo. Quadri e quadri sostavano sotto i nostri occhi e i pavimenti erano consumati dal calpestio degli allievi che volevano imparare l’arte nell’arte. Anelava quell’atmosfera bohémienne di cui gli artisti a Parigi dell’inizio del secolo scorso.

Piero Sadun

Era un uomo grande e grosso. Artista astratto. Si divertiva a farmi ingrandire piccole parti che lo interessavano di più dei miei lavori. Una volta terminati, assumevano vita propria di quadri astratti. Ci invitava spesso nel suo studio. Bellissimo e inarrivabile per noi studenti. Qualcosa di meraviglioso. Noi stavamo con la bava alla bocca. Un edificio molto grande, nel mio ricordo di oggi, con vetri al posto della pareti. La luce veniva da tutte le direzioni, ed avevamo il permesso di andare quando volevamo.

Artisti che hanno segnato la mia vita, sia nel mio lavoro, sia nel modo di pensare l’arte e, dai quali, tanto ho imparato. Oggi li ricordo con grande affetto e gratitudine in un ricordo indissolubile.

Poi ci sono stati altri artisti, altre gallerie d’arte: quelle all’avanguardia, che sperimentavano continuamente e dei quali si criticava troppo spesso. Artisti che cercavano di far vedere alla gente la realtà, con i materiali che si usavano quotidianamente e che, in galleria, diventavano opere d’arte. Ma i più, volevano quadri in cui si riconoscessero, se stessi e il mondo che li circondava. E questo si nota ancora oggi. Mai spingerci oltre la comprensione del pubblico altrimenti significherebbe criticarli, farli sentire ignoranti e ognuno di essi ha una grande stima di se stessi. Grande, molto grande ignoranza alla quale non bisogna soccombere nel gesto orrendo di abbassarsi al loro livello e non osare a spingere loro ad innalzarsi al nostro di livello.

Per lungo tempo sono stata legata alla galleria d’arte “Forum Interart”. Le esposizioni le pagavo con i quadri.

Poi innumerevoli strade percorse, volendo o no, mi hanno catturata ma nn mi hanno strappato i colori dal cuore.

(Maria Celeste Cipolla)