Il lungo giorno

Pubblicato il 05/02/2018

Penne colorate su tela. (M. C. C.)

 

L’estate destava il paese,

riempiendolo di persone,

di colori, di giochi,

di musica e feste.

La notte veniva congelata

e dimenticata per l’attesa,

tanto desiderata,

del lungo giorno.

Allegro come sempre,

allontanava la gente

dalle miserie quotidiane

e dai noiosi, tristi travagli.

Abitazioni ormai solitarie,

senza carne e senza voci,

godevano anche loro

per un giorno, ricaricandosi.

Mucchi di fiori freschi,

lungo le strade strette,

ad automobili e rumori

non ancora avvezze.

Il paese si vestiva

con l’abito della festa!

Gli occhi ancora chiusi,

dal sonno profondo,

cieche ancora le persone,

si gettavano nella mischia,

dimenticando in fretta

il campo divelto, ed

il normale dovere,

annusando distratte,

l’odore inconsueto della vita

che vita vera diveniva…

…per un solo giorno.

Notti, senza segreti e paure,

ore vissute spensieratamente,

scaldate dai raggi del sole,

e tiepide sere per

la luce argentea della luna:

doni che la natura elargiva

generosa, ad ognuno,

togliendo il buio

da ogni angolo del paese.

La gente, camminando ,

si abbracciava e si baciava,

effusioni d’amore risplendevano

come cuori rossi e pulsanti,

della solitudine si era scordata.

Quanti amori nascevano,

nell’infinito bazaar dell’incanto!

Alcuni duravano tutta una vita,

e, grati al lungo giorno, ogni anno

festeggiavano il miracolo.

Altri non duravano negli anni,

ma erano belli e coinvolgenti,

perché la passione e la carne,

non accetta progetti,

è pura natura,

che va presa e va goduta

senza tanti rimpianti.

Nulla importava perché

c’era un premio per ognuno,

che tutti dovremmo concederci,

…ogni tanto…

Ad ogni lungo giorno

si faceva scorta d’allegria,

ed ogni momento

diveniva magia.

Nessuno più dormiva,

per le vie, tra le mura e nei campi,

e l’afa della stagione continuava

ad infuocare l’animo alle passioni,

e ad ogni forma di proibizione.

Anche gli spiriti e le streghe

senza fissa dimora,

abbandonavano le celle buie,

per mescolarsi alla gente,

che non faceva più caso a niente,

ed ogni trucco sembrava inventato

per aumentare la confusione,

ed ogni anomalia diveniva

normale nell’incanto inconsueto,

talmente tanto atteso,

di quel meraviglioso tutto.

Poi, quando l’estate si congedava

ritornando nello scrigno,

ricominciava l’attesa,

di regalare ancora e ancora e ancora,

il nuovo, lungo giorno.

Intanto, il paese felice,

…ebbro…

gli occhi lucidi

e la mente invisibile,

riprendeva pian piano

la vita normale

di ogni essere umano,

dimenticando i fiori,

la musica e il canto,

accorciando parole,

per occuparsi di nuovo

dei consueti travagli,

dove il silenzio del dovere,

durava per tutto l’anno.

Il lungo giorno, ormai

in letargo attendeva,

di ritornare come ogni anno,

gioioso tra la gente.

(Maria Celeste Cipolla)