Egon Schiele cenni storici

Pubblicato il 04/03/2018

Egon Schiele. Autoritratto (1912); olio su tela, 32,2×39,8 cm, Leopold Museum, Vienna

Egon Schiele, è stato uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento, esponente assoluto del primo espressionismo viennese assieme a Kokoschka.

 

 

Egon Schiele, nasce in una stazione ferroviaria a Tulin, presso Vienna nel 1890. Un periodo in cui fermentavano culture diverse e la situazione politica appariva come contesto ideale per discutere di temi fondamentali dell’esistenza umana. Molta preoccupazione era rappresentata dalla sessualità in letteratura, psicologia e pittura. La sua infanzia viene travolta dall’esperienza traumatica del progredire della malattia mentale del padre e della conseguente morte per sifilide. Di lui si occuperà uno zio.

Incomincia a dipingere. Si inscrive all’accademia delle belle arti che lascia subito dopo perché non soddisfatto del tipo di insegnamento ancora troppo classico per lui e studia da solo dipingendo una serie di autoritratti. Incontra Klimt con cui sarà sempre amico e che lo aiuterà moltissimo inserendolo nel mondo artistico. La morte del padre gli lascia una visione del mondo tetra e malinconica. Produce in un decennio, circa trecento dipinti e più di tremila opere su carta. Il suo tormento si inserirà soprattutto nell’erotismo. La sensualità e la malattia, si uniscono nella sua mente dando vita ad erotiche figure femminili.

È attratto dall’osservare nell’adolescenza lo sbocciare di un corpo di donna. La prima modella è la sorella, poi una ragazza con la quale ha una storia, finché conosce la donna che diventerà sua moglie e che pretenderà di essere la sua unica musa. È stato uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento, esponente assoluto del primo espressionismo viennese assieme a Kokoschka. Talento precoce, il suo lavoro è noto per la grande intensità espressiva, l’introspezione psicologica e la comunicazione del disagio interiore attraverso i suoi numerosi autoritratti. I suoi soggetti sono uomini e donne che posano nudi. Il tratto è contorto quasi a significare che il corpo e, quell’interno invisibile che chiamiamo anima, non coincidono. La distorsione delle figure e degli autoritratti, si presenta anche nei paesaggi con alberi magri e spogli. E questa distorsione ha dell’aggressività rappresentata, appunto, dalla fisicità dei soggetti. Lo spazio è vuoto in continuo conflitto tra la vita e la morte: un drammatico disfacimento fisico e morale.

Viene accusato di pedofilia e imprigionato per un mese. Gli confiscano anche una serie di opere. “Devo vivere con i miei escrementi, respirarne l’esalazione velenosa e soffocante. Ho una barba incolta. Non posso nemmeno lavarmi a modo. Eppure sono un essere umano, anche se carcerato. Nessuno ci pensa?” Si lamentava.

Scoppia la prima guerra mondiale e lui è chiamato alle armi. I suoi superiori, comprensivi e amanti dell’arte, gli risparmiarono la prima linea e lui continua a lavorare. È influenzato dalla pittura di Klimt, ma la sua è un viaggio all’introspezione psicologica. Con i rossi sanguinei, i bruni tenebrosi, i gialli pallidi e i lugubri neri, egli tenta di dipingere il pathos anche negli alberi avvizziti. Sua moglie, incinta di sei mesi, muore colpita da influenza spagnola. Lui la dipinge fino all’ultimo respiro, poi, contagiato, mure dopo tre giorni a ventisette anni nell’ottobre del 1918 a Vienna.

L’opera di Schiele, nell’ossessiva ricerca erotica e anatomica, racchiude pulsioni di vita e di morte: un grido disperato di auto-affermazione da parte  dell’individuo che n  non ha più la certezza di essere vivo.

Maria Celeste Cipolla